
La mia prima, grande, ricciola anni 90/91 – 14 episodio
Gli anni 90, per il sottoscritto, furono un periodo davvero straordinario sotto il profilo delle emozioni vissute sott’acqua. Passione di intensità sempre maggiore, un crescendo inarrestabile, memorabile, strepitoso. All’epoca non avevo ancora trent’anni, l’attività lavorativa procedeva con soddisfazione, ero sereno, circondato da buoni amici, mi sentivo in forma psicofisica smagliante. E l’esperienza subacquea aumentava progressivamente, di mese in mese, di anno in anno, di cattura in cattura. Il mare mi aveva stregato e ricordo che tutte le volte che potevo, estate e inverno, primavera e autunno, cercavo di andare a pescare. Con la tranquillità economica, assunto di ruolo a tempo indeterminato e con un’organizzazione di turni ospedalieri particolare riuscivo a organizzare viaggi di pesca subacquea anche fuori dai confini marittimi nazionali, più volte l’anno. In pratica nel mio reparto non chiedevo mai congedi per ferie estive, mi rendevo disponibile a sostituzioni, a coprire colleghi impossibilitati a turnare e così accumulavo decine di ore che invece di mettere a pagamento come straordinario recuperavo a fine primavera e in ottobre, novembre soprattutto. Conobbi un ragazzo, Walter, diventammo amici e con lui ci recammo spesso in Corsica, comoda da raggiungere per i traghetti che partivano direttamente da Vado Ligure (SV) una località portuale non distante da Torino. Ci trovammo bene, insieme, c’era un discreto feeling in campo sportivo. Parallelamente ai viaggi, nei periodi di “stanca” in cui non potevo “fuggire” dalla città piemontese frequentavo la piscina comunale con gli amici del circolo e mi dilettavo a personalizzare l’attrezzatura. Lavori meticolosi, di vario grado, di varia complessità ottimizzati a creare elementi in grado di soddisfarmi appieno. Nell’episodio amarcord precedente, “Dall’aria all’elastico, e ritorno” ho accennato al progetto “Slaks”. Questo arbalete 115 mi accompagnò assiduamente in molteplici avventure e fu l’arma con cui catturai una ricciola, la prima, degna di questo nome. Come dimenticarla? Diciamo che questo pelagico si fece attendere parecchio nel mio excursus storico. Pur diventato bravino a prendere dentici, mi ero dedicato animo e corpo a questo magnifico predatore ormai da oltre 10 anni, le ricciole erano un pò la mia “bestia nera”. Esemplari piccoli in Liguria, soprattutto, ne prendevo diversi. Sui capi di Ponente capitava di incontrare nei mesi giusti branchi dei cosiddetti “limoncini”, ricciolette allo stadio di esistenza iniziale, qualche rara volta superiore al chilogrammo di peso, pesci assai curiosi e che approcciavano al subacqueo senza troppa esitazione, senza molte difficoltà. Molto buone da mangiare, pure. Di una certa e consistente stazza ne incontrai diverse a dire il vero: un giorno a Capo mele (SV) in pochissimi metri d’acqua ne arrivarono sotto costa diversi esemplari sopra la ventina di chili ma nel fuggi fuggi di cefali non riuscii a spararne uno. In Grecia, nell’86, ne incrociai di enormi, un paio sopra i 50 kg di sicuro sulle secche, sugli orli delle cadute ma per un motivo o per l’altro nessuna cattura degna fu conclusa. In Corsica la ricciola fu sottoposta a tutela integrale, la proibirono, ma nonostante il divieto non ebbi mai l’occasione di sparare a un grosso esemplare neppure negli anni precedenti in cui frequentavo assiduamente l’isola ed era libera. Un giorno, addirittura, nei pressi di Cap Cavallo, a sud della cittadina di Calvi, mentre stavo facendo la posta fonda a un branco di dentici subii una sonora e indimenticabile beffa. Una ricciola di una trentina di chili mi affiancò da dietro, senza che io me ne accorgessi, e voltando la testa me la trovai a meno di mezzo metro di distanza dalla maschera. Sussultai dallo spavento, il pescione anche, con una scodata bestiale a pochi decimetri dall’orecchio destro mi rintronò di brutto, e scomparve! Avevo notato i dentici nervosetti ma non mi era venuto in mente che poteva esserci una compresenza decisamente più massiccia!
Insomma, rimugginando e riflettendo varie volte capii in realtà che stavo sbagliando qualcosa: che cosa, però? Il posto, probabilmente; la posizione tenuta sul fondo; la tipologia di approccio. Come e dove si poteva migliorare? E allora giù a divorare le riviste di settore, a leggere le esperienze dei campioni, delle persone qualificate sul tema. Si descriveva che le ricciole frequentano pressappoco gli ambienti dei dentici, le secche, le rimonte, i capi rocciosi che franano nel blu. Come mai non le incontravo frequentemente, perbacco? Forse i dentici amavano di meno la corrente, i luoghi troppo movimentati come morfologia del fondo, una tipologia di mangianza differente? Da giovane ero molto caparbio e nel mio intimo ero sicuro che prima o poi avrei preso la bestia, l’animale da foto. Una specie di ossessione. Previsione che si avverò, e che superò ogni mia più rosea aspettativa negli anni a seguire… Intanto l’equipaggiamento si aggiornava, diciamo che ero pronto per il grande appuntamento anche sotto questo profilo. Discorrendo con un appassionato ed esperto di traina incontrato in un negozio ligure (da tutti cercavo di prendere suggerimenti, ero e sono un’autentica “spugna” ancora oggi a 61 anni suonati…) mi fece conoscere meglio gli sleeves, i cannotti metallici a binario doppio che si schiacciavano con l’apposita pinza. Mi spiegò che per la massima tenuta lo sleeve si doveva serrare a “carta di caramella”, cioè senza chiuderlo alle estremità se no c’era il rischio di indebolire il monofilo segnandolo. Poi mi diede un suggerimento che ancora oggi ritengo il migliore e ho fatto mio: “se vuoi godere della massima elasticità del nylon, utile per il combattimento di tonni e grossi pesci possibilmente non fare tante giunzioni, mantieni integro il tramite, non effettuare molti nodi, non indebolirlo; questo ti garantirà sicurezza nel contrastare vantaggiosamente i tentativi e gli strappi di fuga”. Da quel giorno aggiornai i dettagli dell’attrezzatura e quindi farcii la bobina del mulinello con monofilo di nylon da 1.40 mm, collegamento diretto con lo scorrisagola: nessuna girella, nessun nodo, nessun collegamento tra diverse tipologie di sagolino. Intanto lo Slaks era affinato come prototipo, un progetto maturo: dopo vari test avevo trovato un buon settaggio con aste da 7 mm e gomme da 20 mm, mescola molto progressiva nell’allungo.
Apro una parentesi su questo arbalete. Come mi capitò spesso per tanti lavori, casualmente, cercavo risoluzioni di cui non possedevo la cultura per dare un nesso scientifico ma in certe situazioni pratiche, sul campo, mi rendevo conto che funzionavano molto bene. L’esempio della testatina che era montata sullo Slaks 115: mi ero recato dal tornitore per farmi realizzare il componente, mi ero procurato un cubo di Ergal dal mio amico Bruno. Giunto in officina chiedo lumi sul lavoro da effettuare e il signore mi chiese una certa cifra per il montaggio macchina, il tornio, dove avrebbe realizzato il piantaggio a misura centesimale per il fusto e le sedi centrate per il doppio O-ring da 2.5 mm di corda. Poi mi spiegò che per rifinire bene la parte superiore, quella della sella guida asta e della parte dove si vincolavano le gomme doveva passare alla fresatrice, ci voleva quindi un’altra copiosa somma per effettuare il secondo lavoro. Che fare? Chiesi solo di impiegare il tornio ed effettuare una sgrossatura del pezzo, avrei poi rifinito a mano io il componente, a lima e carta vetrata (per risparmiare circa 350 mila lire…). E fu qui, che la casualità mi permise di posizionare le gomme in linea con l’asta, senza sapere i vantaggi che poi avrei scoperto nel sfruttare al massimo l’energia accumulata dalla gomma stirata! Chiusa parentesi.
Sempre dal signor Franco Gallini nacquero le prime ogive articolate sottoponendogli il problema degli archetti fissi che non seguivano il parallellismo con le gomme. Dovetti farmi un po di viaggi Torino/Ivrea per escogitare la soluzione al problema insieme a lui. Come d’abitudine al termine dei pellegrinaggi Franco mi costruì un autentico capolavoro: le prime ogive articolate, rispetto dell’allineamento gomme per l’inclinazione della lamella inox e poi corsa regolabile dei braccetti snodabili all’interno delle boccole. Soluzioni mai viste prima di allora sul mercato mondiale! Poi avevo montato un mulinello artigianale, capiente, rocchetto tornito dal pieno in materiale plastico a basso peso specifico e a bassa igroscopicità, munito di un sistema anti parrucche veramente funzionale. Durante l’inverno, esattamente all’alba di Capodanno, in una capatina nel gelido golfo di Porto in compagnia della mia ragazza Lucia intirizzita dal freddo come non mai, con questo arbalete auto costruito feci due catture incredibili, una al libero e una in tana. Durante un aspetto mi passò un branco di grossi cefaloni a tiro. Sparai ad un esemplare e ne trovai quattro che si dimenavano, tre nel filo, uno nell’asta! Successivamente, in uno spacco orizzontale trovato su un costone roccioso lungo costa scoprii un secondo branco di muggini stipato all’inverosimile nella profonda fenditura. Infilai il fucile, presi la mira e sparai dove i pesci erano maggiormente concentrati, nel mucchio. Risultato? Incredibilmente trovai ben cinque cefaloni da chilo infilzati sulla lunga e pesante tahitiana. Una cinquina! Nove cefaloni con due tiri. Che record! Tra me e me, soddisfatto, pensavo che se mi fosse sfilata davanti la grande ricciola l’avrei presa, diamine se ero pronto!
A metà maggio del 1991 ero riuscito ad avere tre settimane di ferie, contattai Walter e organizzammo il primo viaggio insieme, alla volta della Grecia. Decisi a visitare nuove isole, nuove frontiere. Nella Fiat Uno 45 ES aveva preso posto una nuova accoppiata. Ceduto il mitico gommoncino Mirage 3.10 avevo acquistato un gommone Bat 3 Scout, 3.50 mt, chiglia rigida, pagliolo in legno, elementi sempre facilmente smontabili e riponibili in sacche. Questo battello pneumatico era sospinto dal fuoribordo Jhonson 15 HP regalatomi dalla mia cara nonna Ortensia. In società con Walter avevamo preso anche un costoso ecoscandaglio con schermo LCD, un Apelco, che all’epoca richiedeva un esborso economico cospicuo, oltre il milione e passa di lire. Avevamo costruito una scatola in legno autocostruita, coperchio con cerniera inox e tenevamo lo strumento collegato ad una piccola batteria ricaricabile. Insomma eravamo attrezzati a puntino. Prima di iniziare il lungo viaggio passai dalla mia amica Cinzia che lavorava presso un negozio di cartine geografiche e ordinai quelle nautiche dell’Ammiragliato Britannico, sulle isole dell’Egeo nord orientale, la nostra meta. Relativamente a questa cartografia dove le profondità del mare erano segnate in braccia e piedi, non in metri, c’è da dire che erano abbastanza precise e fornite in scala ridotta, perfette per noi pescatori subacquei. Purtroppo il viaggio che sino a qualche anno prima fu condotto sempre attraverso la Jugoslavia non fu più possibile ripeterlo, c’era una situazione politica degenerativa, aria pesante di instabilità e di dissidio tra le molte anime del paese balcanico. Ci informammo presso la questura e ci dissero di evitare, se possibile, di effettuare il tragitto via terra. Allora optammo per il traghetto e viaggiamo da Torino a Brindisi (circa 1200 km) per poi salpare in direzione Grecia. Dal porto pugliese, in una notte, raggiungemmo la costa greca, sbarcammo verso le 7 del mattino a Igoumenitsa. Per raggiungere Kavála, il porto da cui partire in direzione delle isole che ci interessavano, ci mettemmo circa sette ore. Stupendo viaggio tra le Meteore, inizialmente, poi lunghi tragitti su strade a percorrenza veloce. Si respirava aria di storie antiche in quei luoghi. Fummo estremamente fortunati perché la coincidenza con il traghetto per le isole era previsto verso il tardo pomeriggio. Ci rifocillammo in una taverna dopo il lungo viaggio e consultammo le cartine nautiche per capire qualche poteva essere l’isola più interessante su cui dirigersi. Optammo per Nisos Lemnos, posta tra Samothráki e Lesvos. Circa 5 ore di navigazione. Non conoscevamo quelle isole, tra l’altro il viaggio non fu proprio leggero come durata e costi economici ma fummo fortunati perché sbarcando la sera tardi a Myrina, la cittadina portuale capoluogo dell’isola ci rendemmo conto che non c’erano praticamente turisti in quel periodo. Un’isola piuttosto estesa con una cartografia nautica interessante soprattutto a nord/nord est, lato rivolto verso la Turchia. La notte la passammo in una pensioncina decorosa, e prezzi bassi, nella stessa Myrina. Il giorno successivo cercammo una sistemazione pratica per tenere il gommone vicino e la trovammo a qualche chilometro a nord. Una casetta singola di un privato tra pergolati d’uva e piante di melograni abbarbicata ai piedi di una montagna di chiare origini vulcaniche, a pochi metri dalla spiaggia di ciottoli. La sera, al tramonto, vedevamo addirittura il monte Athos, nella penisola Calcidica. Limnos era diversa dalle isole greche tipiche che conoscevo, le Cicladi. Le stesse cittadine non composte da casette tutte bianche con persiane blu. Il turismo era più che altro greco, locale, la popolazione era “vera”, non contaminata. Riuscimmo a spostarci un po in gommone, un po in macchina, partendo da riva anche se molte vie di accesso erano così impervie che ci costrinsero a dure camminate con tutta l’attrezzatura da pesca a seguito. Sulla terra ferma distese di grano a perdita d’occhio e un profumo di origano che inebriava. I fondali erano generalmente meno impegnativi di quelli scoperti di media nelle Cicladi, molto vari, peraltro. Presenza di pesce di tutti i generi, con una prevalenza di pesce bianco. Conoscemmo un pescatore locale, Costas, che ci parlò delle mitiche secche a nord, molto al largo, quelle che avevamo notato osservando la cartina nautica. In macchina raggiungemmo tutti insieme Plaka, un paesino di pescatori. Costas parlando con un suo amico ci trovò un comodo posto barca e potemmo lasciare il nostro gommoncino sempre a disposizione. Una bella opportunità, indubbiamente. Purtroppo dalla nostra abitazione alla cittadina di Plaka c’erano molti chilometri, quasi una cinquantina, ma il desiderio di esplorare le secche era più forte di tutti gli inconvenienti e i disagi legati alle distanze. Scoprimmo a cena dal pescatore, l’amico di Costas, che il periodo di fine maggio, primi di giugno è proprio il migliore per il “mayatico” (la ricciola), ma che bisogna aver fortuna nell’incontrarlo. Gli chiedemmo se conosceva un punto buono, lui pescava triglie con un piccolo tremagli ma ci disse che si sarebbe informato. Per farvela breve, con la nostra cartina il giorno successivo ci mostrò una zona particolare, un’area circoscritte di rimonte fonde a nord di Plaka. Una sottile spunta rossa a indicare il luogo magico. Lì, ci disse, girano…megála psária! L’indomani con l’aiuto di due mire a terra offerteci dall’amico e il nostro nuovo apparecchio elettronico iniziammo a scandagliare il fondale. Si rivelò molto comodo ed efficente e unito a qualche passaggio a paperino ci permise di trovare diverse risalite pescose. In effetti qui c’era da cercare un sommetto indicato a 12/13 metri e attorno altre cappelli, ma tutti a quote vertiginose, dai 27/30 metri in giù, e piuttosto lontane dal capo con il faro. Vagammo su è giù in quel fazzoletto di mare sinché, a pomeriggio inoltrato, sullo schermo dello strumento scorgemmo prima un rialzo costante, poi un picco. Fermammo il motore. Non ci pareva vero. Tutta la mattina a cercare quel punto. Trovato? Sulla cartina dell’Ammiragliato Britannico il numero 7 rappresentava la profondità in “fathom”, pari a 6 piedi anglosassoni, 1.82 metri circa, quindi circa 12/13 metri di batimetrica. Costas restò in barca, io e Walter ci buttammo finalmente in acqua per verificare l’esattezza della rilevazione. Sotto di noi ecco apparire una secca piena di mangianza, un filo di corrente, il cappello vero e proprio costituito da un paio di guglie isolate, e tra queste un canalone e un corto pianoro. Non so se fosse lo stesso punto rappresentato sulla carta, il sommo individuato era più profondo ma comunque era un waypoint molto bello, affascinante! C’era una buona visibilità subacquea nonostante la luce calante del sole all’orizzonte. Si scorgeva bene la morfologia rocciosa e mentre l’amico raggiungeva Costas per battere il lato verso terra dove aveva individuato bei saraghi aggirarsi a palla io preferii orientarmi sul lato rivolto in fuori. Mi ispirava quel ciglio netto, una caduta a oltre 45 metri, nel blu intenso. Che brividi…Inutile ribadire, riaffermare che la mia filosofia di predazione era già delineata da alcuni anni alla singola cattura, al piacere di un solo, grosso pesce piuttosto che alla quantità. Era più forte di me questa linea di pensiero: mi affascinava, mi emozionava, mi dava un gusto estremo.
Mi preparai per benino, quando mi sentii rilassato e con i battiti del cuore che non risuonavano più forti nel petto capovolta, e giù, pinneggiata fluida e poi caduta libera verso il nascondiglio. Poca zavorra sempre per un discorso di sicurezza, scelta maturata in tanti tuffi e suffragata da risalite in assetto positivo e assenza di incidenti. C’è corrente ma non forte, e al riparo dei massi scema e non da fastidio. Lo Slaks 115 si distese poggiato su un pietrone, io mi ritrassi lungo il breve ripiano, ben celato, appiattito come una sogliola. La mangianza era copiosissima davanti e tutt’intorno. Una meraviglia. C’erano castagnole, boghe, occhiate, menole, zerri. Io lì, sui 18/19 metri di batimetrica a scrutare con speranza l’orizzonte per osservare il movimento e preventivare l’arrivo di qualche dentice. Con una certa apprensione e timore reverenziale, a dire il vero: eravamo in mezzo al mare, qui poteva arrivare di tutto. Stavo pescando in singolare visto che i miei compagni preferivano esplorare tagli e spacchi a qualche decina di metri di distanza. Ad un certo punto i pesciolini ebbero una scossa, un fremito, uno scarto deciso. Orientai e diressi con delicatezza quasi impercettibile il lungo arbalete verso quella direzione e dopo una manciata di secondi vidi sbucare il profilo arcigno di un barracuda spaventoso, enorme, scollato di qualche metro dal fondale, leggermente alto rispetto al mio nascondiglio. Solitario. Un mostro di barracuda, un siluro gigante, dalla struttura circolare del corpo nettamente più grande della mia coscia. Un pesce immenso, lo stimai nettamente oltre i 12/13 kg (in Sardegna ne ho catturato uno di oltre 8 chili qualche tempo fa ma questo era una bestia di dimensioni inusitate, davvero assurda come massa). Lo puntai dritto sull’enorme, severo muso ma un istante, un attimo prima di contrarre il dito sul grilletto e spiedarlo la mangianza si aprì nuovamente, con meno rapidità, in mezzo e poco dietro il predatore. Inevitabilmente mi distrassi, persi per un attimo la concentrazione per spimngere la vista all’orizzonte. Dannazione! Che successione di eventi da cardiopalma!
Come un sogno, all’interno di quella nuvola di esserini pulsanti, sconvolti e schiacciati a lato dei pinnacoli ecco materializzarsi, farsi realtà concreta il testone scuro e tenebroso di una bellissima, grande ricciola! Il barracudone continua il tragitto e mi sfila sopra la testa diciamo che un poco mi dispiacque di non avergli sparato ma… Il pelagico che ha attirato brutalmente la mia attenzione ondeggiando, con incedere lento, si avvicina centimetro dopo centimetro verso la punta dell’asta. Sono appiccicato al fondo, non proprio del tutto calmo e rilassato. La sottile testata dello Slaks 115 scolpita da un tondo pieno di Ergal è allineata sul pescione. Non so esattamente quando scoccare la pesante tahitiana da 7 mm, distinguo chiaramente l’occhio della ricciola roteare appena, curioso, e poi il bestione si volta, fa per virare. Ecco, gli tiro, non esito più, meglio non aspettare un secondo oltre. Premo il grilletto e la frustata secca delle gomme da 20 che si contraggano, uno “slaks” impressionante scaglia il dardo, doppia aletta contrapposta, sul fianco dell’animale. Mezzo chilo d’acciaio che trafigge il corpo del mayatico da parte a parte. Comodo, comodo, micidiale. L’ho colpita, ho colpito la grande ricciola! Risalgo di gran lena, pinneggio rialzandomi di qualche metro quando il pelagico parte cerco di domarlo con il nylon in uscita rapida dal mulinello, riesco a non farlo andare tra le rocce, gira in tondo sulla verticale di un picco. In superficie un urlo disumano scarica una vagonata di adrenalina! Caccio nuovamente la testa sott’acqua, il monofilo è elastico, sento il pesce che tira ma riesco a lavorarlo, a salparlo a poco a poco senza più immergermi, da sopra. Walter pinneggia forsennatamente verso la mia posizione, Costas è salito in gommone e sta arrivando con il Bat. Insomma c’è assistenza in dirittura d’arrivo! Ma non ce n’è bisogno, la ricciola sta perdendo forze, mi aspettavo una reazione furibonda, inarrestabile, indomabile invece è stato più facile del previsto catturarla. Probabilmente ha accusato la botta dello Slaks 115…E’ a galla, l’abbraccio stretta stretta, la immobilizzo finendola con lo stiletto e metto la mano dentro la branchia. Gli amici mi aiutano a issarla sul battello. Finalmente sono riuscito a prendere la mia prima grande ricciola! Ventisei chilogrammi di felicità! Leggo negli occhi dei miei compagni un senso di stupore e ammirazione per questa cattura distesa e ingombrante il pagliolato, sono contentissimo! Tornando a riva spiego che adoro attendere un solo pesce e che non sono attirato da altre tecniche ma non intendo catechizzare nessuno, questo è il segreto personale. Mi scattano qualche foto, immagini che restano per sempre, momenti incisi a fondo nell’anima.
