AMARCORD – Ep. 15

EP 15 1-11-25

Con il mio grande amico Gian, mitico barcaiolo, Corsica. Anni 1980/81.

Sono tornato indietro negli anni per questo amarcord, il periodo incredibile, irripetibile che vissi a fine anni 70, inizio anni 80. Un racconto scaturito dal profondo del cuore, dalla passione che mi attanaglia, uno scritto in memoria della grande e vera amicizia che mi legava a Gian, “motivatore” e “mental coach” memorabile dei miei primi anni di giovane e imberbe pescatore subacqueo! L’amico è scomparso quasi dieci anni fa, a fine settembre del 2016, lasciandomi dentro tanta tristezza ma il suo ricordo ha travalicato il tempo, i decenni, il mare blu intenso che mi ha battezzato in modo indelebile grazie anche al suo apporto di legame vero, affettuoso, diretto,  indimenticabile.

Corsica primissimi anni ottanta. Che dire? Mitica, suggestiva, fantastica, struggente isola del Mediterraneo. Satura di pesce, di pescioni, di soddisfazioni il tutto immerso in una natura cruda, vera, incontaminata. E allora sono riaffiorati alla mente i ricordi, l’amarcord costituito da episodi, storie epiche, avventure meravigliose, la quasi totalità avvenute in compagnia dei “ragazzi” del campeggio. Donne e uomini che trascorrevano le vacanze estive tradizionalmente nel periodo che correva solitamente dall’ultima settimana di giugno alle prime due, tre di luglio. Erano riuniti al camping “la Morsetta”, qualche chilometro a sud di Calvi: tende e roulotte praticamente stanziali; verande e tavolini, frigoriferi e amache, vettovaglie e graticole, tutto raccolto sotto un antico aranceto un po appartato rispetto il cuore nevralgico dell’incantevole campeggio corso. L’enclave di Italiani! Era una sorta di ritrovo storico, per loro, e lo diventò anche per il sottoscritto, in seguito; un’occasione per ritrovarsi tutti gli anni. Per me, studentello di 18 anni, si trattava di un’esperienza diversa da quella normalmente fatta con coetanei. Erano praticamente tutti di una generazione avanti rispetto la mia, qualcuno anche di due, ma lo spirito giovanile, la spensieratezza, la libertà, la serenità che si viveva in quel posto annullava le età, le classi sociali, le differenze.

In Corsica ci ero capitato un po per caso, diciamo pure per un destino inatteso e inaspettato. Un pomeriggio, nel negozio torinese di subacquea dei fratelli Bonassi, Paolo e Piero, dove lavoravo nel doposcuola, conobbi un cliente speciale, un personaggio particolare, mitico, Pier. Un signore distinto, giovanile, coinvolgente, pieno di risorse. Lui frequentava già il camping la Morsetta da qualche anno (io naturalmente non conoscevo neppure la Corsica) e un pomeriggio passò al Punto Sub di via Ormea 23, 10126 Torino, cercando un fucile da acquistare. Io ero divenuto bravino come venditore soprattutto di articoli per pescatori subacquei e gli proposi un pneumatico Cressi Sub di lunghezza medio corta, un SL 70 con regolatore di potenza. Conclusa la vendita prima di uscire dal locale Pier tornò indietro, si riavvicinò chiedendomi direttamente se avessi voluto passare la vacanza, un paio di settimane con la sua famiglia, in Corsica. La motivazione: “ Mi piacerebbe tanto la tua frizzante compagnia e poterti osservare pescare sott’acqua in modo da imparare qualcosa di più; non devi preoccuparti di nulla, sarai mio ospite”. A me? Proprio a me porgere questa domanda? Uno shock, restai di sasso. Rividi come in un film il mio trascorso da barcaiolo per ben due lunghe estati (1978 -1979) e ora questa offerta mi fece “vacillare”. Dopo averci riflettuto, consultandomi con i fratelli Bonassi, con mia mamma e con mio papà accettai la “sfida” e qualche settimana dopo gli confermai al telefono che avevo accettato la sua proposta. Si stava presentando un’opportunità incredibile per la mia crescita sportiva ma non l’avevo intuito coscientemente, pienamente. Scelta guidata da una sorta d’istinto che ha pagato, come è successo spesso nel corso della mia esistenza, indubbiamente fortunata e positiva. Si trattò di uno dei viaggi più belli, formativi, utili della mia vita. Partimmo dal porto di Vado Ligure (SV) alla volta di Ile Rousse a fine giugno del 1980, avevo da pochi giorni appena compiuto 18 anni. Nella roulotte e in macchina feci il viaggio con la moglie di Pier, Anna, la nonna Romana, i giovanissimi figli Annalisa e Alessandro. Giunto in quell’angolo di Corsica, qualche chilometro a sud di Calvi, particolarmente selvaggio, poco frequentato, incastonato in una macchia meditteranea intonsa, mare aperto con fondali poco battuti, in certe aree addirittura vergini mi resi conto di aver fatto la valutazione migliore possibile. Fu un’esperienza che alla luce di una profonda riflessione definirei “mistica”, fondamentale nel mio excursus personale, e non solo puramente sportivo. Dovetti mettermi alla prova, finalmente, non c’era nessuno a consigliarmi, mi resi conto di cosa sapevo veramente fare sott’acqua, sbattendoci duramente la faccia, tirando fuori, formando il mio carattere. Cercai di impegnarmi il più possibile, era una sorta di sfida, dovevo mettere a frutto ciò che gli anni precedenti avevo appreso dai miei mentori. E sapete qual era l’attività più piacevole di tutte, quella che mi regalava particolare soddisfazione? Procurare il pesce per l’intera comitiva. Non potete immaginare come mi piacesse, come mi seduceva quell’arduo compito! Mi sentivo responsabilizzato, e utile alla nobile causa. Ogni volta che uscivo in mare ero concentratissimo, attento, ma non avevo perso di certo di vista l’aspetto puramente ludico, mi divertivo un mondo, da pazzi, sempre! Quando arrivavo in spiaggia, dalla riva irta, ripida e tutta di ciottolato che il mare vivo di Corsica modellava, c’era sempre un capannello di curiosi ad accorrere, a vedere cosa avevo pescato. E questo rito mi fece conoscere altra gente, altre persone, amici che ancora oggi ho l’occasione di sentire, di vedere. Un’esperienza indimenticabile, unica, davvero! La sera, dopo il rituale di una doccia corroborante giù nei bagni comuni si preparava il pentolame con Sergio e Delia che cucinavano i saragoni spesso “all’acqua pazza”, come tradizione della loro Napoli (ricordo anche le aragoste tagliate a metà, bagnate con il cognac e messe sulla grigia per pochi minuti, che delizia!); Gian addetto al barbecue e alle graticole di varie forme in compagnia di Pier, con Carlo, Raimondo, Vittorio e Paola a fare da supporter con la fornitura di legna e legnetti, carbonella, e tanta acquolina in bocca! Un’associazione culinaria in piena regola! Gli effluvi del pesce cucinato si espandevano nel “maquis” corso per chilometri e spesso a cena c’erano altri ospiti attirati da quei profumi…

Uscivo in mare quasi sempre accompagnato da qualcuno, attirato per curiosità e per garantire appoggio logistico. I miei “barcaioli” erano sostanzialmente due: Pier era eccitato come un ragazzino, effervescente come personalità; Gian, invece agiva in modo più razionale, tranquillo, posato. Entrambi comunque mi mettevano continuamente in guardia, si raccomandavano di non rischiare, di procedere per gradi, di non esagerare mai: un mantra sulla sicurezza che mi è servito, che ha contribuito a farmi ragionare e non farmi prendere dall’impeto giovanile visto che non si pescava sempre in bassofondo e potenzialmente la profondità operativa talvolta superava la batimetria dei 20 metri. Un giorno chiesi a Gian se aveva voglia di fare una battuta di pesca a cap Cavallo, un promontorio roccioso a qualche miglio dalla Baie de Crovani, dove avevamo i battelli. Organizzammo l’uscita confidando nel bel tempo, nell’alta pressione, precauzione indispensabile per raggiungere una meta “distante”. La spiaggia di ciottolato era ampia ma particolarmente scoscesa a livello di bagnasciuga, le nostre barchette erano tirate in secco tutte le volte, impiegando i rulli di alaggio pneumatici perché se entrava il Maestrale c’era da vedersela brutta, sul serio, in quel baione. Non c’erano scivoli, per altro. Qualche miglio ci separava dalla promettente propaggine rocciosa che per noi era piuttosto distante vista l’esigua stazza dei mezzi. Gian possedeva un Gommone Zodiac di poco più di tre metri fuori tutto, fuoribordo Yamaha due tempi, per cui il raggio d’azione era abbastanza limitato. Avventurarsi verso Calvi, abbandonare la relativa quiete della golfata, raggiungere posti inesplorati era davvero un impegno in quegli anni. Ma non abbiamo mai rischiato, i miei amici dall’alto della loro esperienza erano ultra prudenti e mitigavano i miei ardori, la mia irruenza giovanile, la mia “irresponsabilità”. Pensando a queste situazioni, oggi, mi viene da sorridere ma immaginatevi che a inizio anni 80 non c’erano molti gommoni con chiglia in vetroresina e lunghezze elevate, motorizzazioni generose. Intraprendere lunghi spostamenti marini era appannaggio di pochi intrepidi, allora, rari avventurieri. Ogni uscita, anche la più corta, aveva il sapore dell’impresa. Dopo aver doppiato la punta di Morsetta fummo al cospetto del mare aperto, puntammo verso nord. Il cielo terso, il mare era abbastanza calmo, coprimmo le tre, quattro miglia circa che ci separavano dalla meta in qualche decina di minuti. La località era molto suggestiva, alla nostra destra correvano falesie di roccia alte, maestose. La montagna che cadeva in mare. Punto. La profondità era abbastanza elevata già a poco decine di metri dalla riva, la linea di costa appariva piuttosto frastagliata e non mancavano le sorprese in quei gradini che spesso originavano dalle rientranze tra le rocce, nei micro fiordi. Nel borsone giallo erano riposti l’SL 95, e due corti l’SL55 e l’SL70, sempre i pneumatici storici della Cressi Sub che avevo ritirato con il frutto mensile del mio lavoro part time in negozio. Effettuai la vestizione, scesi in acqua e dopo essermi assestato la muta sul fisico smilzo chiesi a Gian di passarmi il 95. Sotto di me individuai uno spuntone roccioso che si stagliava dalla parete piuttosto verticale, contornato da una mangianza fitta di castagnole. Mi ispirava quello sbalzo particolare che saltava nell’abisso. Feci la discesa e mentre cercavo un nascondiglio scorsi nel blu un capoccione rosa che dal fondo mi veniva incontro. Che situazione curiosa! Mentre il branco fitto di castagnole si aprì da sotto io giunsi al riparo dello scoglio e cercai di “mimetizzare” l’ingombro del pneumatico appiccicandomi alla pietra. Passò qualche secondo in cui non vidi più il predone ma a un tratto eccolo materializzarsi nuovamente, spedito, guardingo, minaccioso. Ci incontrammo faccia a faccia, quasi. Il dentice solitario non fece neppure tempo a comprendere la situazione, ad abbozzare una strategia d’uscita, a voltarsi e fuggire verso il fondo che l’asta da 8 mm lo centrò in pieno, lo misi direttamente in sagola, peraltro. Una sberla. Lo recuperai nello stesso tuffo, gli avevo spezzato la spina centrale, probabilmente, e tutto orgoglioso lo mostrai a Gian che esultò per il bel pesce. Neanche effettuato riscaldamento che c’era già a paiolo un bel denticione, subito sventrato e pulito, riposto nel telo di juta umida che conservava benissimo il pescato. La cena della sera aveva reperito il primo interprete, evviva! Ma il bello doveva ancora arrivare. Poco più avanti, in una rientranza, in una sorta di corto golfetto notai un bel sarago che aggirando un pietrone poggiato su uno sbalzo scomparve veloce dalla mia visuale. C’erano si e no 7/8 metri di profondità in quel punto. Mi appostai alla base, una breve posta, e scorsi un movimento strano sulla linea di demarcazione tra il masso e il lastrone su cui era piazzata, come fosse stata una scodata. “Vuoi vedere – dissi tra me e me – che il sarago si è infilato qui e non è solo?”. Tornai in superficie e mi feci passare il settanta. Lo caricai e mentre aggirai il massone mi resi conto che c’era una lunga spaccatura orizzontale in quella sorta di franetta. Misi il capo e la testata contemporaneamente nella sottile spacca. Un taglietto basso basso ma che poi si allargava all’interno. La luce filtrava debolmente dalla parte opposta, da un paio di aperture. Gli occhi si abituarono presto all’oscurità e dallo spiraglio a lato rimasi incantato, sbalordito da ciò stavo osservano: contai immediamente almeno sette o otto meravigliosi saragoni e un paio di corvine che si muovevano all’interno ma c’erano probabilmente tanti altri pesci negli angoli. Valutai il da farsi e dopo un timido abbozzo mi resi conto che l’SL 70 si manovrava con difficoltà, non riuscivo a sentirmi a mio agio quindi riemersi e dissi a Gian di darmi l’ancora e prendermi intanto dalla borsa il fuciletto più corto. Gian, curiosissimo, mi chiese cosa avevo visto. Gli replicai che doveva vedere cosa c’era lì sotto, quanto pesce avevo individuato ma l’amico non si immerse, preferì attendere in barca la sorpresa che stavo per fargli! Almeno avevo intuito così. In realtà non rimase molto a secco aveva indossato la maschera e sceso piano in acqua mi guardava dalla superfice. Optai per l’SL55, un gingillino micidiale in tane strette come queste. Posi l’ancora quasi in verticale su un sasso così da avere il mezzo d’appoggio sempre a disposizione, vicino. Ricordando bene gli insegnamenti del mio maestro Paolo Bonassi cercai di organizzare al meglio l’ingresso in tana, e l’azione intelligente di prelievo. Il primo saragone lo colpii fulminandolo, un pesce di oltre un chilogrammo che individuai spuntare con il labbrone carnoso vicino all’imboccatura dopo un brevissimo aspetto. Colpito bene presi la sagola trecciata bianca e poi immediatamente afferrai l’asta, con la massima rapidità, con la mano sinistra pronta e rapace tirai fuori lo sparide senza spaventare molto gli altri compagni, senza alzare troppo pulviscolo. Mi tornarono alla mente i passaggi, le pescate del mio maestro, le sue movenze feline micidiali quando pescava in tana. Si trattava di ragionare, di non affrettarsi a compiere azioni a casaccio. Lo passai ad un felice e radioso Gian che già pregustava la cena serale, ricaricai l’SL55 e mi rituffai dalla parte opposta. C’era un’apertura secondaria e infatti parte dei pesci si erano spostati in quella direzione. Dovevo dare l’impressione che tutte le uscite fossero presidiate se volevo avere qualche vantaggio e riuscire a prendere qualche altro sparide. Detto fatto tirai il secondo colpo e feci addirittura una coppiola con due grossi saraghi, estratti quasi all’istante, anche questi. Con i pesci sull’asta spostati dietro la schiena ricacciai la testa nello spacchetto per analizzare la situazione e mi accorsi che gli altri membri del gruppo erano di nuovo abbastanza tranquilli. Tornai all’imbarcazione, Gian mi fece i complimenti ma quantificato il pescato gli dissi che dovevo prelevarne ancora qualcuno se volevamo accontentare tutti i nostri amici. Avevamo già quattro pesci, per la sera ne mancava soltanto qualcun altro, poi saremmo tornati alla spiaggia. Ritornai in acqua quasi subito, non volevo perdere l’attimo e il mio amico si sincerò se stavo bene. Un angelo custode. Per ora i padelloni erano stati arpionati vicino alla soglia esterna, il sagolone bianco trecciato di buon diametro preso subito in mano e messo in trazione, tutti tre i saraghi fuoriusciti senza muovere eccessivo polverino e senza creare troppo caos. Approcciai alla tana sempre con testa e fucile insieme, l’SL 55 mi consentiva di infilarmi negli spazi più angusti e proibitivi. Notai una sagoma scura, alta, transitare da destra a sinistra: premetti il grilletto rapidissimo e catturai una grossa corvina, ma non la presi bene stavolta, e prima di tirarla fuori si divincolò troppo, sbattè e feci una certa fatica a portala fuori, sicuramente avevo alzato sospensione. La porsi a Gian, l’amico era al settimo cielo, pensava già alla grigliata mista! La situazione si era complicata, però. Gian se ne accorse immediatemente vedendo il mio comportamento un po pensieroso, leggermente infastidito e un filo nervoso. Mi parlò, mi stimolò, mi disse di attendere un poco, di non insistere subito. Le sue parole, inattese a dire il vero, mi diedero nuova energia, mi sentii motivato a continuare anche se era dura tornare in quella tana. Questa scena mi fece pensare all’importanza della figura del “barcaiolo”, io stesso ero cresciuto da ragazzino facendo questo “mestiere”. Un’attività che comunque mi ha insegnato tante cose, che mi ha permesso di studiare ed imparare la tecnica da chi era nettamente più bravo, più esperto. L’azione di prelievo si era fatta complessa, difficile, ardua. I pesci non erano più visibili nella camera centrale ma si erano incastrati sui lati, evidentemente. Scorgevo il luccichio delle squame ogni tanto e non mi persi d’animo. Controllai centimetro per centimetro quella fenditura e con il mio letale 55, con pazienza e metodo, effettuai altre catture. Un colpo da una parte e uno dall’altro soprendendo i saraghi, e un paio di belle corvine ogni volta più incastrati nelle fessurine. Riuscii a catturarne diversi, ancora, finché Gian mi disse che bastavano quei dodici pesci. Risalii contentissimo, la difficoltà delle ultime catture mi aveva messo argento vivo nelle vene, ero stanco, esausto per quei saliscendi continui, per quelle ore a martello ma ero fiero, orgoglioso. Ponemmo la prua a sud, e tornammo tranquilli. Gli sguardi tra noi, senza parlare molto raccontavano “l’appagamento” di quella meravigliosa giornata; nessun divario d’età percepito, solo un mare di passione, di emozioni a condire il tutto. Momenti unici, impressi per sempre nell’animo, nel profondo dell’essere umano. Alla spiaggia della Morsetta non c’erano allora cellulari o smartphone per avvertire preventivamente chicchessia, fummo accolti dai nostri amici, dai curiosi quando videro all’orizzonte il battellino, prima di toccare la riva si era formato un capanello di gente sulla spiaggia! Gian ed io ci sentivamo protagonisti, coccolati, amati! Aperto il sacco di juta ripiegato ecco apparire diversi saragoni, corvine, un grosso dentice: pescata grandiosa! La sera una cena, come tante, da ricordare, pesce fresco e buono, condito da tanta allegria, spensieratezza, felicità.

Ciao, Gian, amico mio, grazie di tutto.

Torna all’elenco dei racconti