
L’incontro con le cernie della Grecia 1991 – 16esimo episodio
Devo ammettere che la Grecia dei primi anni 90 continuava a emanare un fascino indiscutibile nell’anima del sottoscritto. La sognavo di notte…Ero stato a pescare la prima volta nel 1986, un ambiente assai diverso dalla Corsica questa con un mare che frequentavo con assiduità e che mi ha regalato catture e divertimento assoluto. Tornai in Grecia tante volte negli anni successivi raggiungendo una moltitudine di isole, una più bella dell’altra riscontrando facilità di spostamento con collegamenti nautici frequenti e a tutte le ore del giorno, ricettività “alberghiera” eccellente, non ultimo prezzi bassi e accettabili per trascorrere le vacanze. Sotto il profilo delle immersioni il mare ellenico con temperatura mai troppo fredda permetteva davvero da sbizzarrirsi con molti pesci di tutte le specie ittiche, costituivano una palestra straordinaria e una riserva di emozioni fortissime, inesauribili. Sin dalla prima, lunghissima vacanza passata molto in mare e poco fuori dall’acqua con il mio amico Luca iniziò un secondo periodo accompagnato da Walter, un ragazzo che avevo conosciuto a Torino e con cui condividevamo l’amore per la pesca subacquea. L’unico problema era fare i conti con i giorni a disposizione, quelli liberi, trovare l’accordo e la soluzione ideata fu quella di scegliere i mesi prima dell’estate e quelli seguenti, settimane di ferie che potevo concedermi dall’ambiente ospedaliero senza creare dissidi e rifiuti. Walter svolgeva un lavoro autonomo e non aveva problemi a prendersi i periodi insieme a me. Due, tre settimane da organizzare minuziosamente per non disperdere tempo. Mi tornano alla mente i viaggi, incredibili, indimenticabili, epici.
- La mitica e indimenticabile Fiat Uno ES stava per essere ceduta come usato, il contachilometri segnava oltre 200000 km, iniziavano a esserci lavoretti da fare così mi guradai intorno. Spinto da una passione a senso unico entrai in concessionario per acquistare un nuovo veicolo, la prima macchina frutto del mio sudato stipendio da infermiere. Metà 1991, anno da ricordare. Ero già stato a fare dei giretti nel torinese ma vicino al mio luogo di lavoro c’èra un salone della Opel che mi piaceva, tra l’altro conoscevo di vista un addetto vendite che ogni tanto trovavo davanti alla fermata del tram e avevo visto uscire dall’azienda. Pensate che il ragazzo mi riconobbe appena varcai la porta a vetri e quando gli dissi che cercavo un mezzo con un buono spazio interno, spiegandogli che andavo a pescare in giro per il Meditarreneo su strada, dall’alto della sua astuzia commerciale, appositamente, corse verso un angolo dello spazio espositivo e spalancò il portellone posteriore di una fiammante e luccicante Opel Kadett E 1.7 D Van, 3 porte, colore bianco! Era la prima volta che mi trovavo davanti a un mezzo commerciale, non conoscevo neppure il modello ma fui letteralmente rapito da quello spartano quattroruote station wagon. Il venditore non si era sbagliato, volpone astuto! Il pensiero corse immediatamente allo spazio libero, all’immenso bagagliaio lungo e largo che pareva non aver fine e con paratia metallica piu rete superiore a chiudere prima dell’abitacolo, strepitoso! Vedevo già piazzate comodamente le sacche del gommone Bat 3 Scout, 3.50 mt, chiglia rigida e pagliolo in legno; il motore fuoribordo Jhonson 15 HP; borse e borsoni con pinne fucili e aste, mute e zavorre; sacchi a pelo e materassini, di tutto! Chiesi delle spiegazioni ulteriori sulle caratteristiche della macchina, del motore, le condizioni di pagamento: le ottenni e firmai il pre contatto senza indugio, senza attendere oltre. Me la consegnarono qualche giorno dopo, a lavorare andavo in bicicletta quindi non avevo urgenza ma lo stato emotivo era alto. Mi telefonarono che era pronta, quando salii sopra la Opel Kadett E 1.7 D Van percepii l’odore del “nuovo”, all’accensione per uscire dal salone ascoltare il mio primo diesel con la coppia motore bassissima e una spinta generosa già a pochi giri, fu bellissimo, ero davvero felice! Potenza di ben 57 HP, non proprio definibile “esuberante”… ma passare da un 900 a benzina a un 1700 cc a gasolio fu in ogni caso tantissima roba. Una meraviglia di mezzo, tra l’altro con un profilo di carrozzeria a basso CX come mi aveva svelato il venditore mostrandomi orgoglioso il depliant pubblicitario, quindi a basso attrito aerodinamico e il mio amico Walter che guidava i camion con rimorchio fu prodigo di consigli per fare i primi chilometri di rodaggio di questo motore diesel aspirato in modo perfetto. Si raccomandò di scaldare il motore a gasolio mai da fermo ma a bassa andatura, non tirare le prime marce, attendere sempre che la temperatura si attestasse a valori medi prima di tirare le marce lunghe, provare a sentire “la coppia” per ottimizzare la resa prestazione/consumo, cambiare un olio motore buono abbastanza frequentemente per la manutenzione ordinaria. Come uno scolaretto seguii pedissequamente le regole. Fui ripagato da un gioiellino, la Opel Kadett E Van fu una compagna di avventure fedele, sicura, poco avara nei consumi carburante (tra l’altro il gasolio alla pompa era più conveniente della benzina, poco più di 1100 lire il litro a inizi 1991) che mi ha accompagnato per oltre 12 anni e con una percorrenza condotta senza problemi meccanici gravi per quasi 400.000 km! La impiegai inizialmente per andare in Liguria, aveva solo un posto passeggero ma tante volte raggiungevo il mare nei riposi infrasettimanali e risultavo da solo. Feci anche qualche puntata in Costa Azzurra (a lavoro andavo in bicicletta tutto l’anno e non usavo la vettura), riscontrando per altro prestazioni da stradista, da lunghe trasferte con quinta marcia lunga inserita decisi comunque di personalizzarla un pochino. A dire al vero avevo già fatto fare un lavoro per sentirla più adatta a me: ideai con l’amico Ezio che aveva un negozio di grafica pubblicitaria, un adesivo rappresentante un sub all’aspetto, e la scritta “synagryda”, che in lingua greca, non proprio tradotta e scritta in maniera canonica, significa: dentice. Con il passare delle settimane, degli spostamenti per soddisfare la voglia di mare e di pesca subacquea iniziavo a conoscere pregi e difetti della Opel Kadett E 1.7 D Van: in alcune situazioni la percepivo un po troppo “furgone”, la desideravo poco più comoda e poco meno rumorosa, nel complesso. La feci modificare nel tempo raggiungendo risultati nettamente superiori alle mie timide aspettative. Sentii al telefono con grande piacere il mio amico Pier, lui con le auto aveva un rapporto di lavoro stretto conosceva l’ambiente e mi fornì un paio di indirizzi utilissimi. Il primo intervento fu rimodellare i due sedili anteriori larghi che per me non sostenevano bene il corpo, le reni, il dorso come desideravo. Reperii grazie a Gian una tappezzeria torinese specializzata (in quegli anni a Torino e dintorni c’era l’imbarazzo della scelta, lo capii presto, in questo campo tutti professionisti esemplari ed esperti), degli autentici miti che lavoravano con enorme passione e competenza e nel giro di qualche giorno mi trasformarono le due sedute Opel in autentiche poltroncine spaziali! Eccitato dalla performance raggiunta (sedute rifoderate e non più in similpelle, densità della schiuma strutturale variata in consistenza e riposizionata, bracciolo d’appoggio) chiesi uno step successivo: insonorizzare e abbellire, se possibile, tutto il vano bagagli, il soffitto, il pavimento e l’abitacolo. Ci accordammo sul prezzo del preventivo stimato, lasciai la station una settimana abbondante nel garage boutique, non misi fretta. Quando recuperai la Kadett E Van restai di stucco non appena la osservai nei dettagli e la condussi in strada, in marcia: molto più silenziosa, non più rimbombi cavernosi da dietro, non più echi e stridori di lamiera. Un miracolo! Chiesi delucidazioni tecniche, per mia curiosità. Oltre ad aver trattato l’interno abitacolo e tutto il vano bagali con foglietti di bitume applicati a caldo, posizionato materassini di materiale isolante acustico compresso e con pannellini eleganti di rifinitura supplementare applicati sui vani finestra posteriori mi ricoprirono tutto il pavimento del vano bagagli con un foglio di gomma spesso e anti olio di quasi due metri quadri, in omaggio! Non risultava più una furgonetta povera e dimessa la Kadett E Van! Mi era presa la scimmia. Passò qualche tempo, misi da parte altre lire e sfruttando l’ampissimo spazio libero e chiuso sotto i sedili, un vano grande e poco sfruttabile, tra l’altro invisibile dall’esterno, accontentai la passione (una delle tante) dell’ascolto musicale facendo allestire da un caro amico elettrauto, Mario, un impianto audio “serio”, hi-fi car. Sorgenti cd Philips e autoradio Alpine, autoparlanti Dynaudio e Cerwin-Vega, multi amplificazione Sounstream Classe A e Alphasonic PMA. Ora i viaggi erano accompagnati da base sonora di qualità eccelsa, non affaticante, una meraviglia per il cervello, per l’apparato uditivo, per la soddisfazione. Un’autentica macchina “da pesca subacquea”, ecco cosa era diventata la povera ma utilissima Opel Kadett E 1.7 D Van!
Come scritto nei precedenti amarcord l’attraversamento stradale della Jugoslavia dai primi anni 90 era diventato letteralmente impossibile. C’era la guerra, il caos, non era più fattibile il viaggio attraverso quel martoriato paese balcanico. Per cui se si voleva raggiungere la Grecia per me e Walter che abitavamo a Torino l’unica via disponibile era quella di attraversare l’Italia da nord a sud, raggiungere un porto sull’Adriatico, da qui traghettare verso i porti di Igoumenitsa oppure Patrasso. Raggiunta la Grecia se si voleva andare al Pireo, il porto di Atene che consentiva di raggiungere tutti gli arcipelaghi, richiedeva altre centinaia di chilometri. Una delle storie più incredibili che ho vissuto ci capitò proprio in uno di questi “pellegrinaggi” sportivi. Avevamo pianificato bene il viaggio con Walter, lui faceva l’autotrasportatore di professione, grande dimestichezza con cartine, tempi di percorrenza, programmazioni accorte, un ragioniere della strada. Dove andare? L’intenzione era di visitare sempre le isole a nord del mare Egeo, come Samotracia, Lesvos. A cavallo tra maggio e giugno eravamo stati a Limnos con la Uno ES, ultima fatica della stakanovista ma ora bisognava collaudare su lunga percorrenza la Kadett E 1.7 D Van per esplorare qualche altro luogo non frequentato negli anni precedenti. L’obiettivo era quindi di raggiungere il porto di Kavala e da qui imbarcarci per una delle isole suddette. Riuscimmo tramite il consolato greco ad ottenere gli orari di partenza dei traghetti che dopo l’estate cambiavano visto che al traffico turistico sopraggiungeva quello dei residenti. Il mezzo nautico che avevamo scelto partiva dal porto di Kavala alle 18 di sera, effettuava una corsa bisettimanale tra l’altro. Bene, decidemmo di arrivare a Brindisi un giorno prima, a fine settembre. In autostrada da Torino a Brindisi, oltre 1100 km che noi percorremmo in una decina di 10 ore, circa. Tempi di sosta limitati a solo rifornimento di gasolio, uno, a metà strada, circa, e poi giù con il pedale dell’acceleratore sino alla meta. Il motore Opel 1.7 diesel della Kadett E al confronto di quelli odierni assomigliava a quello di un trattore: rumorosetto, lento ma grande mangiatore di strada con marce lunghe e consumi ridotti, media sui 17 km/litro effettivi, con vettura in pieno rodaggio iniziale. Ci imbarcammo la sera, abbastanza stanchi, crollammo sulle cuccette della cabina con l’arrivo a Igoumenitsa previsto alle sette del giorno dopo, circa. Il ferry boat giunse puntuale. Avevamo tutta la mattinata per raggiungere Thessaloníki, e da qui Kavala entro le sei di sera. Non avevamo fretta e ce la prendemmo comoda. Nel tragitto ci fermammo a osservare le Meteore, i monasteri abbarbicati sulle guglie, una meraviglia che faceva restare sempre a bocca aperta! Proseguimmo la strada che a tratti sembrava un’autostrada in altri una statale a scorrimento veloce poiché c’erano lavori ogni tanto. Intorno a mezzogiorno facemmo una sosta vicino a Larissa, in una taverna locale. Rifocillati ripartimmo dopo una mezz’oretta sull’autostrada in direzione Thessaloníki (Tessalonica) ma a un certo punto la tranquillità dell’andatura fu interrotta da un rumoraccio metallico che proveniva dal posteriore. Che mai era successo alla povera Kadett E 1.7 D Van? Walter scese dalla macchina e capì immediatamente di cosa si trattava. Per colpa di una serie di buche prese poco prima della sosta forzata si era spaccato un supporto della marmitta, e questa era inclinata e toccava l’asfalto strisciando. Bisognava fermarla nuovamente sotto l’auto, l’amico era bravo anche come meccanico. Mi disse subito che dovevamo trovare almeno un pezzetto di filo di ferro per tamponare la situazione. A quei tempi non c’erano telefonini così non trovato nulla per riparare il danno nelle vicinanze frugammo per bene anche a lato strada, sul ciglio, in mezzo agli arbusti e l’erba rada, ma non trovammo nulla di utile. Decidemmo di chiedere aiuto ai passanti: alzammo il cofano e sbracciando ad ogni auto che transitava finalmente, dopo un po, un signore si fermò. Ci disse che bisognava trainare la macchina in officina ma che vicino non c’era nulla. Iniziammo a preoccuparci seriamente, correvamo il rischio di arrivare a Kavala in ritardo. Nel bagagliaio della Opel Kadett Van c’era di tutto nella cassettina degli attezzi meno che un volgare, umile, sottile spezzoncino di filo di ferro. Provammo a fermare un camionista ma neppure lui fu in grado di aiutarci. Poi, a entrambi, quasi nello stesso momento venne all’improvviso in mente l’intuizione banale e “scontata”, porca miseria: usare per la riparazione provvisoria il cavetto porta pesci. Ne prese uno dal borsone, afferò la pinza, e infilatosi sotto la Kadett creò un sostegno temporaneo per la marmitta. Così ripartimmo, un poco di rumore si sentiva quando la strada non era ben asfaltata, probabilente lo scarico sbatteva perchè non era stabilizzato ma potemmo raggiungere ad andatura cauta un’officina meccanica a Thessaloníki. Peccato che era primo pomeriggio e trovammo tutto chiuso. Fortina che trovammo un locale aperto, una specie di bazar, qui Walter trovò finalmente una matassina di fil di ferro sottile e malleabile e decise di riparare meglio la vettura per poter ripartire e viaggiare veloci. C’erano da coprire ancora circa 160 km, almeno un paio d’ore. Erano poco prima delle sedici quando riprendemmo la corsa, spingemmo il gas il più possibile. Per farvela breve pur mantenendo un’andatura sostenuta arrivammo in vista del porto e… il nostro traghetto aveva appena levato gli ormeggi, stava lasciando la costa!!! Ci guardammo, riguardammo il mare, sbracciammo, urlammo verso quel ferry boat che si stava allontando, inesorabilmente, dalla banchina. Ci venne da imprecare, da piangere a dirotto per non dire altro di scurrile. Sentivo un groppo in gola da non riuscire a proferire una sola parola. Restammo chini e silenziosi per un bel po, seduti per terra, vicino alla macchina. Un nervoso, una delusione pazzesca, indicibile, che ancora oggi, dopo quasi 35 anni, ricordo con viva amarezza. Perdemmo il traghetto per non più di una decina di minuti e dopo aver macinato quasi due giorni di viaggio! Sconsolati e consapevoli che il prossimo mezzo per Samothráki (Samotracia) ripartiva a fine settimana ce ne andammo mesti mesti verso la vettura, poverina anche lei… Un periodo di agognate ferie parzialmente bruciate, dannazione.
Così decidemmo di trovarci un locale per poterci riposare e riprogrammare la vacanza. In quel periodo non fu difficile reperire una pensioncina dopo la città, scaricammo la macchina e nei quattro giorni residui in attesa di riprentarci al porto montammo il gommoncino e uscimmo a pesca. Non so se la rabbia per quel maledetto inconveniente o la dea bendata ci fu d’aiuto, ma iniziammo a trovare diverso pesce tra cui numerose cernie. Battemmo la costa, l’antemurale del porto che si rivelò un piccolo paradiso. Un pomeriggio uscii in mare da solo, Walter preferì restare in spiaggia a riposarsi. Percorsi a pinne tutta la lunga diga, una buona oretta di nuoto e proprio vicino all’estremità vissi un’avventura speciale. Ero in superficie che stavo preparando il tuffo quando, sulla sabbia del fondo, scorsi la silhouette di un cernione enorme, mimetizzato vicino a un banco di alghe, sicuramente oltre i venticinque chilogrammi di peso, un bestione. Probabilmente era uscito per mangiare qualcosa, stava digerendo fatto sta che fece per rientrare verso riva mentre io scendevo. Intercettai il pesce che nuotava guardingo e non veloce e riuscii a tiragli sul testone, di fianco. L’asta da 9 mm del mio SL 95 passò nettamente da parte a parte il capoccione ma dopo un’iniziale stordimento il cernione partì a razzo senza che potessi contrastarne la fuga veemente. Si infilò in mezzo ai tripodi giganti, a fondo, sentii il tintinnio del ferro, nettamente: nella fuga rabbiosa il pescione piegò a U il tondino in armonico come il burro e si eclissò scomparendo nei meandri dell’antimurale, tra i manufatti in cemento. Scesi nuovemente per vedere se c’era una possibilità di recupero, esplorai tutta l’area, mi affacciai in tanti spazi ma constatai che la cernia non era visibile, quindi impossibile mettere in atto una strategia proficua. Dovetti tagliare il filo, inesorabilmente persa. Ritornai indietro senza fucile armato, bello desolato, nuovamente. Neella manciata di giorni residui attorno a Nisos Thàssos, un’isola abbastanza grande e con diversi punti molto belli, catturammo del pesce, esemplari di peso. Insomma nella costrizione sulla terra ferma ci stavamo divertendo parecchio. Arrivato il giorno del traghetto fu la volta di partire finalmente per Samothráki, l’isola tanto agognata dove ci saremmo fermati meno tempo.
Arrivati sull’isola dell’Egeo Settentrionale ben allenati da quella “maledetta” settimana trovammo ospitalità presso una casetta di pescatori e capimmo che non c’erano turisti in quel periodo, e neanche molti nel clou del periodo estivo. Un’isola montagnosa, impervia, vicina alla Turchia (c’erano anche molti avanposti militari sparsi), con tanti capi rocciosi e tratti di costa interessanti. Girammo con il gommone e non partimmo mai da terra anche perché c’erano stradine bianche e la caratteristica montagnosa, con punte di oltre 1400 metri di altezza rendeva impossibile spostarsi con la nostra Opel Kadett Van. Prendemmo saraghi e corvine, dentici, barraccuda, spigole, dotti, cernie. Ricordo diversi bei serranidi fulminati con il pneumatico, ma anche l’arbalete 115 Slaks e l’asta da 7 mm si difese bene. Poi, un giorno, trovai con l’esplorazione dietro il gommone, paperino lungo, un mitico lastrone isolato su sabbia e alga, circa 22 metri di batimetria. Scesi e notai sotto il tettuccio e l’antro al di sotto “pulito”, non c’era traccia di vegetazione, la fuoriuscita improvvisa di sospensione, quasi una scodata, mi parve. Mi affacciai lentamente all’imboccatura, testata del pneumatico allo stesso tempo puntata e vidi un cernione, fermo, che mi osservava da breve distanza. Presi accuratamente la mira e sparai cercando la massima precisione. Il tiro ebbe l’effetto letale sortito. Fulminai il serranide, sbiancò, il dardo passato da parte a parte in mezzo agli occhi, quasi interamente, solo il codolo sporgeva dall’osso. Mi accinsi a estrarre il pesce, presi il sagolino in mano ma non appena lo misi in tensione si scatenò, subito dietro, un autentico putiferio. Scodate furiose echeggiarono improvvisamente, uma marea di pulviscolo mi arrivò addosso, non vedevo più nulla. Dovetti riemergere abbandonando l’arma che risalii di qualche metro con il pesce morto di certo, e riflettere. Cosa poteva essere successo? Ridiscesi dopo un quarto d’ora, la nebbiona si era depositata e capii finalmente cosa era capitato: senza me ne fossi reso conto la pesante e devastante asta dopo aver trapassato la prima cernia centrò anche un secondo serrannide, posto dietro, colpito a sua volta sul groppone, a fondo. La potenza dell’SL 95 con asta da 9 mm era micidiale, traumatizzante, lo sapevo bene ma questa coppiola straodinaria mai e poi mai l’avrei ipotizzata possibile. Ridiscesi con l’SL 85 preparato con asta terminata con spacca ossa, mirai la collottola del secondo pescione e premetti il grilletto. Un sussulto, nient’altro che un fremito. Sparai una terza volta dopo aver estratto lo spaccaossa, per sicurezza, poi finalmente recuperammo entrambi i pesci. Erano tutti e due molto belli, a casa, al peso rilevammo quasi quaranta chilogrammi in totale, incredibile! Ma torniamo sott’acqua, su quel magico waipoint. In quella tana, in quel pomeriggio le sorprese non erano finite. Sotto quella pietra, dopo un volo di planata per osservare una porzione di fondo maggiore vidi uscire nuovamente polverino, su un lato. Ridiscesi curioso. focalizzai l’interno dell’antro, attesi che la sospensione si depositasse e come una visione ne avvistai altre due a fondo tana, sull’angolo sinistro. Non potevo crederci! Un grosso esemplare, il primo avvistato si era coperto parzialmente di sabbia e cercava di non farsi scoprire, il secondo era defilato ma mi guardava, di tre quarti, la testa ben in vista. Non ebbi più il coraggio di sparare, questa visione fu un elemento che mi fece riflettere anche quando tornammo nella nostra casetta, la sera tardi. La scena che si presentò ai miei occhi mi turbò, sentii che avevo fatto qualcosa che stonava con la bellezza della pesca subacquea, in quel frangente. Non so spiegarvi bene la sensazione ma da quel giorno la cattura della cernia non fu più un atto che mi diede estrema soddisfazione venatoria. Oddio ne prendemmo ancora prima del ritorno a casa ma mi passò un po l’entusiasmo iniziale. A Nisos Samothráki era successo qualcosa di “irreparabile” nel mio intimo. Regalammo pesci a tutti, persino a qualche pescatore locale, e uno di questi invitatoci a casa con la moglie una sera ci disse di tornare perché lo avevamo fatto felice donandogli un bel dotto, pesce che con le reti non era preda abituale, e che aveva trovato squisito. Prima di congedarci gli parlammo di quella tana con i quattro rofos megalo, della situazione vissuta. Il padrone di casa, viso espressivo e pelle scurita dal sole, rugosa ci disse semplicemente: “Kalá kánate, ísastan kaloí athlités” che più o meno significa : “bravi, bene, vi siete comportati sportivamente”.
Terminammo la settimana di divertimento, la seconda, e fu l’ora di rientrare in Italia.
Le cernie della Grecia, eh? Belle storie, bellissime. Ma da quell’anno abbandonai la pesca dei serranidi “facili”, tra l’altro l’asta da 9 mm con arpioncino con cuspide in carburo di tungsteno sparata da un arma a propulsione pneumatica era un mezzo d’offesa estremamente letale e anche se non centravi esattamente nel cervello il cernione lo vedevi tramortito, inerme per un po. E succedeva che in caduta con serranidi in candela, o negli antri fondi la cernia era praticamente morta se la miravo bene, una percentuale di tiri favorevoli che rasentava la percentuale massima di successo. Continuai a fare viaggi in Grecia ma la cernia diventò una preda diciamo così, occasionale. Capitò di catturarne ancora qualcuna ma le ricordo quasi una per una, pesci che in un modo o nell’altro hanno stimolato il mio istinto primordiale con un comportamento astuto, guardingo, quel famoso quid che innesca la scintilla. Un modo di agire di cui non mi sono mai pentito, che non ho mai abiurato ma che ha contribuito a cercare nelle immersioni subacquee il pesce da emozione intensa, la cattura singola da ricordare per sempre.
