AMARCORD – Ep. 17

EP 17 15-11-25

Avventure, storie di cernie greche 1986 17 episiodio

La Grecia di fine anni ’80 e inizio anni ’90 la ricordo soprattutto per le cernie, specie ittica che trovai in buon numero praticamente in tutte le località che frequentai. Insieme a Luca prima, e a Walter dopo, negli anni seguenti, e talvolta in solitaria, ho esplorato quasi tutte le isole Cicladi, l’arcipelago del Dodecaneso, quello delle Sporadi e le isole del nord Egeo: insomma, una carrellata di posti uno più bello e diverso dell’altro. Tra ricordi di una bellezza unica, struggente con spettacoli incredibili anche qualche neo come a esempio la pesca di frodo con le bombe e con acido come mi capitò di osservare nel magnifico canale di mezzo tra Kárpathos e Kássos, una secca senza la minima forma di vita, e anche in molte altre località disperse nella moltitudine di arcipelaghi fuori dalle rotte classiche, non troppo frequentate. Con l’eccezione di Paros, isola non proprio isolata e sconosciuta: mentre stavo armeggiando nel recupero sul fondo di un serranide intanato sentii distintamente la botta di due forti esplosioni. Tornato in superficie scosso, parecchio spaventato e ignaro di cosa fosse successo scorsi un gozzetto abbastanza lontano. sotto un’alta costa, e capii che i tizi usavano dinamite per prendere pesce. Anche il meteo, le giornate di Meltemi fortissimo che ti teneva inchiodato in porto e ti costringeva a spostarti su ridossi non sempre a portata di mano, facilmente raggiungibili, sono stati momenti un po’ duri soprattutto pensando che con onde alte e mare navigavamo con gommoni di 3 metri o poco più, impavidi. Ma alla mente ritornano specialmente le avventure piacevoli, le storie epiche di giornate di pesca indimenticabili. E diciamo pure che quando sei nel pieno della giovinezza si vivono momenti con una passione che pare inesauribile, sfrenata; in modo spensierato, sereno, allegro, solare. Visto che ci siamo, sottolineo un tema sempre assai attuale. Pur passando mesi e mesi a pescare sott’acqua, anche parecchio profondo per la nostra giovane età non subimmo incidenti, nessun inconveniente fisico perché la sicurezza personale è l’assioma indiscutibile, e anche oggi, a oltre quarant’anni di distanza, pongo sempre in cima, a tutto. La vita è una sola, impagabile, innegoziabile.

Le armi per le cernie. Quando mi tornano alla mente i trascorsi giovanili non posso esimermi dal ricordare la preparazione maniacale dei fucili subacquei, dell’equipaggiamento a corredo, un altro paragrafo di amarcord concreto e appassionante. Il motivo esiste, c’è. Sin dal periodo in cui svolgevo il lavoro di commesso e qualche volta di manutenzione armi subacquee e attrezzatura, nel negozio di articoli subacquei torinese (Punto Sub), questo tema mi è stato caro, mi è interessato. E dai titolari dell’attività commerciale, i fratelli Bonassi tra cui Paolo, il più grande, era un pescatore di cernie provetto, ebbi molti suggerimenti ferrati, consigli che mi fecero orientare subito nella direzione corretta. Suggerimenti forniti con bagaglio di esperienza pluri decennale che io assorbivo con enorme piacere. Una fortuna “bestiale”, oserei dire, la mia. Per le cernie ho sempre impiegato fucili pneumatici, nello specifico dei Cressi SL, canna 13 mm, dotati di aste da 8 e in special modo aste da 9 mm. Non potete immaginare come queste ultime terminazioni siano risultate decisive in varie catture. Pensate solo che un dardo da 80/85 centimetri con sezione 9 mm è accreditato di oltre 400 grammi di peso. Massa d’urto e shock d’impatto paurosi che sul serranide sono di fatto elementi semplicemente devastanti! Per la caduta avevo il mio fedele SL 95, per l’agguato lungo le frane e nelle tane un SL 85 (avevo semplicemente accorciato canna e serbatoio per ottenere un fucile più maneggevole). Nelle spaccature strette o come fucile per il doppiaggio un SL 70 e raramente anche il piccolino SL 55. Fucili sempre tenuti parecchio ipercarichi ma sempre funzionanti, mai un problema d’affidabilità in anni di dura applicazione. Gli outsider erano costituiti dall’arbalete auto costruito Slaks, e dall’Asso 115, il primo con lunga tahitiana da 7 mm, il secondo con asta da 8 mm (il 115 vinto a una competizione da un noto garista piemontese, Gigi Caretto, che me lo vendette a fine anni 80). Se devo essere sincero, statisticamente, questi due lunghi servivano più per dentici e dotti, furono statisticamente molto meno impiegati per i grossi serranidi. Gli SL Cressi Sub erano allestiti con calamenti in trecciato elicoidale bianco, ben visibile, sufficientemente robusto. Non c’erano ancora all’epoca i multifibra tecnici, non esisteva grande scelta: questo tipo di cordame scovato in un negozietto fornitissimo sito nei pressi di Punto Sub lo utilizzavano per usi gravosi come le funi degli skilift negli impianti di risalita montani. Il diametro “fine” 2.5 mm resisteva benissimo alle abrasioni, la sagola chiara, bianca di colore, poi, permetteva di capire dove era indirizzata l’asta, e il pesce, all’interno delle tane buie o con tanta sospensione. Anche se si cercava sempre di effettuare un tiro preciso, singolo, sapere la direzione del filo era un elemento che si rivelò prezioso in talune situazioni critiche. Le aste da 9 mm erano in acciaio armonico, filettate; sulla sommità avvitavo un arpioncino speciale con alette corte, cuspide in metallo duro (carburo di tungsteno), sulla filettatura sempre qualche giro di teflon da idraulico per evitare sorprese. Un altro accessorio fondamentale, in questo caso fatto direttamente in un’officina meccanica fu lo spaccaossa. Un piccolo arpioncino con punta tricuspide affilata, altamente penetrante ma completamente privo di punti di appiglio lungo il decorso, sulla circonferenza. Ne feci realizzare un paio, li provammo, e arrivammo a componenti efficacissimi per poter uccidere le cernie non colpite mortalmente, e poterle estratte in un secondo tempo, senza rischi. Avevamo anche un raffio smontabile a seguito ma lo usammo pochissimo. Infine, ma questi presidi furono sviluppati dopo la lunghissima vacanza di pesca effettuata nel quasi semestre con Luca nell’anno 1986, due piombature mobili fuse e accessoriate riposte nel garage di casa.

1 episodio. MEGÁLO PSÁRI, MEGÁLO PSÁRI! Ci recammo in Grecia per la prima volta nel 1986, destinazione la bellissima e turistica isola di Paros. Ero in compagnia di Luca, non sapevamo bene come muoverci, eravamo pescatori giovani in un mare bellissimo ma completamente sconosciuto. Appena arrivati in vista dell’attracco al molo del porticciolo di Paroikia, di mattina presto, all’alba, fummo attirati da alcune persone, uomini e donne di tutte le età, che esponevano dei cartelli con la scritta “room to let”: erano proprietari di case da offrire in affitto, per i turisti. Che accoglienza, e che comodità! A pensare bene un sistema tanto spartano ma efficiente nella sua semplicità. Ci fidammo di una signora di mezza età che ci indicò la località di soggiorno un po’ fuori paese. La sua casa era semplice, isolata e immersa nella campagna brulla, con caprette al pascolo. Poco sopra una serie di locali, a corollario, dove ospitava i turisti, stanzine singole, pulite e decorose, con vista mare. Fuori c’era un muretto dove poter fare asciugare le mute e l’attrezzatura, osservammo; acqua dolce tramite un pozzo, bagno doccia in mezzo al giardinetto sottostante. Decidemmo di prenderla, prezzo oltretutto modico, poche dracme al giorno. La mattina seguente mettemmo il gommoncino Mirage 3.10 in mare (trasporto sul tetto della vettura, motore nel bagagliaio e via…) e partimmo per la prima pescata greca. Ci basammo sull’analisi della cartina nautica dell’Ammiragliato Britannico che ci eravamo procurati prima di partire, mappe marine accurate espresse in braccia e piedi come misure di profondità. Non avevamo strumentazione elettronica quindi cercavamo i posti prima con l’approssimazione delle squadrette per calcolare le distanze dalla costa poi, in zona con la fune attaccata dietro il gommone e traino lento. Puntammo una secca molto bella, e abbastanza distante dal nostro punto di varo. A sud di Paros doppiammo la lunga punta di Antiparos, oltrepassammo Nisos Dhespotikò, e tra questi e Nisos Strongyli trovammo la secca segnata che sulla carta nautica faceva presagire grandi incontri. Una rimonta che arrivava vicina alla superficie, circa cinque metri di cappello e nel raggio di poche decine di metri sprofondava nell’abisso, a oltre 80 metri, abbastanza lontana dalla linea di terra. Un’emozione pazzesca trovarsi sospesi sul chiarore dei massi quasi affioranti e tutt’intorno il blu intenso e imperscrutabile! La visibilità del mare Egeo fu una bellissima realtà, a volte pareva essere sospesi nel nulla, sensazione paradisiaca. Luca era un po’ stanco quindi decisi di fare io il primo tuffo. Mi feci passare il Cressi lungo. La zona era caratterizzata da una serie di massi, piuttosto grandi che franavano sul lato esterno. Mangianza a quintali, a filo di corrente piuttosto sostenuta su un lato. Per un po’ faticai a tranquillizzarmi, non riuscivo proprio a concentrami in quel tripudio di esserini pulsanti di vita. La visibilità di quel posto era incredibile, acqua trasparente come cristallo. E infatti scorsi da galla, per la prima volta, i dotti, diversi e belli grandi. Che meraviglia! In zona erano raggruppati anche dentici che intravedevo scattare fondi con la loro livrea azzurrina. Un bel “pot-pourri” di pesce, il cuore batteva forte, difficile le prime volte trovare l’equilibrio, rilassarsi. Dopo una decina di minuti, atteso che gli occhi, la mente, l’anima assaporassero uno spettacolo del genere, reperii finalmente la serenità interiore, o così ipotizzai. Un bel respiro e giù, verso uno spazio abbastanza largo per poggiarmi. Dovetti partire qualche metro fuori dal sommo per arrivare nella posizione corretta a mezza dorsale. Nella discesa mi curai di arrivare preciso ma qualche metro prima mi immobilizzai continuando a cadere lentamente. Inclinai la testa per guardarmi intorno e lungo la frana scorsi delle cernie in candela. Ce n’erano sei, sette forse qualcuna di più, dove arrivava la vista si vedeva qualcosa. Non so come ma il cuore non mi schizzò dal petto. Conoscevo la gittata del mio SL 95 con asta da 8 mm, a menadito, mi ero fatto una bella esperienza in Corsica sui dentici. Arrivai in dirittura di un bell’esemplare, mi parve quello dal profilo frontale più voluminoso, pinne pettorali aperte, arretramento lento tra due ciclopici blocchi. Lo puntai con rapidità girando appena il polso e appena inquadrato sul testone, tra gli occhi, premetti il grilletto. Il dardo veloce lo centrò con precisione, il grosso serranide non sussultò neppure, sbiancò subito, fulminato all’istante dal tondino metallico di oltre 400 grammi, massa d’urto che scaricò un bel po di energia cinetica dentro la scatola cranica. Ci fu un rumore di scodate tutt’intorno, bestiale, seriale: dotti, cernie, il branco di dentici, forse qualche altra specie ittica. Ma quanto pesce c’era in quella frana? Tornai a galla filando il mulinello, Luca si affacciò dal tubolare del gommone e mi chiese se avevo sparato. Il pneumatico galleggiava, gli dissi che avevo appeno preso un bestione. La cernia, la prima della Grecia, era un animaletto di almeno una quindicina di chili. Eravamo felici con quel pescione da ammirare sul pagliolo! Lo avvolgemmo nel telo di juta pesante bagnato. Avviamo il fuoribordo due tempi, e sul Mirage 3.10 facemmo rotta di ritorno, un viaggio abbastanza lungo con il nostro piccolo mezzo. Arrivammo a casa abbastanza stanchi, forse per i trascorsi dei giorni precedenti. Il cernione lo infilammo in una borsa sub di colore giallo della Cressi Sub, facemmo la doccia poi mettemmo tutto sul pavimento fresco del locale, tenda semi chiusa perché tutta non ci stava. Avremmo deciso il da farsi più tardi. Ci stendemmo sui lettini, nella nostra camera, porta semi aperta lambita dal venticello fresco, e ci appisolammo. Passarono si e no una decina di minuti quando un urlo, da sotto, ruppe la quiete di quel pomeriggio assolato greco: “Megálo psári! Megálo psári! Ci svegliammo di soprassalto, corremmo giù verso la casupola della doccia. La signora (kyría), tutta agitata, si sbracciava e con la mano ci indicò il borsone con la testa del serranide che fuoriusciva… Riusciamo a spiegare con le dovute cautele la situazione, le diciamo che è nostra, che l’abbiamo presa a pesca, che non c’è pericolo. Dopo essersi tranquillizzata andò a chiamare il marito e per farla breve decidemmo di regalarle il megálo rofós. Inutile dirvi che è scattata una riconoscenza assoluta, così siamo stati inviati a cena dove abbiamo gustato il brodo di testa di cernia, un manicaretto delle Cicladi.

2 Episodio. I BISTICCI PER GLI ABISSI. Nelle nostre peregrinazioni tra gli arcipelaghi dell’Egeo capitammo a Santorini, isola che definire “unica” è riduttivo. La vista dal mare blu intenso, con il nostro piccolo gommoncino sotto la falesia stratificata, del contrasto tra varie striature di colore nel tramonto caldo e ammaliante lasciava di stucco. Prima di capitare in quel posto straordinario, non segnato sulle carte, indicatoci direttamente da un pescatore locale e dove facemmo una pescata incredibile raccontata in un precedente Amarcord, l’ottavo, con Luca battemmo diverse zone di Santorini. Una di queste la individuammo dopo una ricerca di mezza giornata, a traino. Si trattava di una frana di roccia a sud che non proveniva dalla costa bensì originava da una cigliata fuori da una punta. La visibilità in mare traeva in inganno, ogni tanto ce lo raccontavamo, vedevi un sasso stagliato nel blu, ti pareva lì invece c’erano più di venticinque metri d’acqua, minimo. Meno male che immergendoci praticamente tutti i giorni, da mesi, eravamo ultra allenati, l’apnea, l’adattamento a quote comunque medio fonde non ci mancava di certo. Santorini in certi punti del suo perimetro era inquietante sotto questo profilo. Per farvi un chiaro esempio, un giorno mentre si faceva paperino vicino al bordo della cosiddetta “Kaldera”, l’interno della bocca del vulcano, a poche decine di metri dalla linea di spiaggia continuavo a dire a Luca di avvicinarsi a riva, lui rispondeva che eravamo quasi sotto ma io gli urlavo che non si vedeva il fondo. Avevo un po’ di paura, tenevo stretto il laccetto del fucile, se mi fosse sfuggito di mano non l’avrei più trovato di sicuro! Bene, a qualche metro da una piccola insenatura, finalmente, con il gommone a un filo dallo spiaggiamento vidi il fondo, o meglio la caduta quasi verticale, una discesa vertiginosa di sabbia nera, con qualche stelo di alga qui e là che dava l’idea dell’inclinazione assurda. Eravamo a meno di dieci metri dalla parete verticale! Per fortuna a sud di Akrotiri, dove a terra stavano iniziando degli scavi archeologici importantissimi, trovammo un plateau roccioso, e ogni tanto dei bei cigli verso il largo che cadevano promettenti. Un pomeriggio ci soffermiamo su una zonetta interessante che avevamo scoperto a paperino, un piccolo sommo che s’intravedeva appena, una punta composta da massi scuri che cadevano tutt’intorno in un fazzoletto di mare. Luca si prepara per bene e scende fondo, nuota lungo la frana, impugnando il mio SL 95 equipaggiato con asta da 9 mm. Avevamo visto un paio di cernie in un volo di planata. Un tuffo particolarmente impegnativo perché la sua figura si faceva sempre più piccola, sempre meno visibile. Sento un colpo, lontanissimo, e dopo un attimo spicca dal blu indaco l’amico che risale di gran lena. Gli sono sulla verticale, lo guardo attentamente, pescavamo sempre in coppia su fondali del genere. Dopo un bel po’ affiora, e pur dopo aver sganciato la cintura, con un po di fiatone. Senza il fucile, pure…Curioso gli domando spiegazioni e lui mi dice che ha sparato a una bella cernia ma non l’ha colpita bene, questa è schizzata tra i massi, non è riuscito ad aprire il mulinello così ha abbandonato l’arma. Mi monta la rabbia, impreco, gli faccio una sorta di paternale, spero davvero che il pneumatico non sia scomparso con il pesce! Gli dico: “E poi a che caspita di quota gli hai tirato, era il caso di scendere così tanto?” Luca reagisce, sbotta, bofonchia qualcosa. Il battibecco prosegue, ci scarichiamo addosso improperi di ogni tipo. La tensione è altissima. Non ricordo in questa vacanza di aver bisticciato così pesantemente con Luca, mi spiace, ci sto male. Sfumata un po’ la rabbia mi riprendo il pallone, fisso la cintura in vita con il moschettone. Preparo la discesa ventilando per bene, cerco di studiarmi il percorso, nell’acqua blu non riesco a vedere distintamente neppure il calcio bianco dell’SL vicino al picco. Spero davvero che il pesce non si sia tirato dentro tutto, mi auguro. Quando mi sento un poco più tranquillo mi concentro, serro in mano l’SL85 con lo spaccaossa montato, faccio la capovolta e giù. Man mano che scendo sento la pressione che mi avvolge, per fortuna compenso benissimo, deglutendo. Anche la maschera lo richiede e forse questa manovra è la più fastidiosa, a tratti sembra quasi non abbia aria per riportare la pressione interna. Sento che precipito senza più dover pinneggiare e all’incirca sui venticinque metri di fondo riesco a vedere il manico bianco contrastato sulla roccia scura. Continuo a scendere, il sagolone è lungo circa quaranta metri, non lo sento “tirare” ma ci manca poco, meno male che riesco a toccare il fucile. La sagola bianca corre dietro una roccia, mi affaccio piano e vedo solo una porzione di pesce, il dorso scuro, appena. Provo una leggera trazione, l’asta è piegata, ma il pesce oltre a essere più di dieci chili è bello vivo e messo malissimo. Troppo fondo, troppo pericoloso lavorarlo a queste quote. Decido di tagliare la sagola, per fortuna il mio coltellino è un rasoio e dopo due tre sfregamenti di lama il 95 si stacca e punta verso la superficie. La storia è definitamente chiusa. La situazione, ora, è sbloccata, peccato per pesce e asta, stacco la cintura, e non gravato da piombi risalgo cercando di pinneggiare leggero senza sprecare ossigeno. Che quota, più di trentacinque metri! Le pinne H. Dessault ai piedi hanno la pala in plastica lunga, mi ci trovo bene, all’epoca il meglio che ci si poteva permettere! Una bella faticaccia tanto che la mattina successiva la passammo a fare in turisti tra i viottoli di Ancient Thíra, la cittadina sull’orlo della falesia, questa volta in alta quota…

Questa avventura ci servì, rinsaldò l’amicizia perché la sera “tornammo” sulla scena, ne discutemmo ancora animatamente i vari aspetti ma fu un’esperienza di pesca assolutamente positiva. Primo: ci promettemmo di non sparare più a pesci senza la necessaria lucidità. Secondo: non dovevamo più andare così fondo perché il gioco non valeva la candela, non ci divertivamo più, si aumentavano a dismisura i rischi.

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