
Avventure, dentici in Grecia 1986/1992 diciottesimo episodio
La Grecia non era solo una palestra straordinaria per i serranidi; a me piaceva particolarmente per i dentici presenti in gran numero. E se dovessi stilare una sorta di classifica ittica metto al primo posto questo mitico predatore come cattura sistematica e abituale. Raro che non ne prendessi almeno un esemplare al giorno, per me era una sorta di “dipendenza”, non ne potevo fare a meno. In Corsica mi allenavo più volte all’anno, diciamo che l’appuntamento fisso era il periodo di fine giugno, luglio dove i branchi di dentici erano numerosi e ben propensi ad approcciare. La Grecia era la meta dei mesi successivi, qualche volta capitava inizio giugno ma quasi sempre in quel periodo di fine anni 80 inizio 90 il viaggio negli arcipelaghi dell’Egeo cadeva in settembre, ottobre. Mi recavo in Grecia da solo, con amici, e l’esperienza in alcune situazioni mi fece riflettere parecchio. Un anno, a esempio, trascorsi una settimana e mezza a pesca con un atleta appassionato di pesca in tana, agonista per altro, ad Amorgos, una bella isoletta a sud di Naxos. Per farvela breve i dentici non li vedeva proprio, non gli interessavano, l’obbiettivo era la quantità, desiderava collane di saraghi, corvine, pesce bianco in ogni posto che frequentavamo. Due modi di intendere l’osservazione in mare: lui aveva lo sguardo calamitato sul fondo, sui sassi, sulle frane, sui lastricati. Io ero concentrato soprattutto su certi momenti della giornata, alla mangianza, ai gradini, alla corrente, alle secche. E infatti non è che andassimo proprio d’amore e d’accordo, che fossimo sempre rivolti al puro e sano divertimento: quello fu l’ultimo episodio che decidemmo di organizzare insieme nelle acque della Grecia. Dentici ne catturai molti, di qualche esemplare mi è rimasta impressa la modalità di approccio e le fasi di avvicinamento, il tiro difficile o singolare. A qualcuno sembrerà strano questo amarcord, ricordare e rispolverare avventure vissute anni e anni fa ma come anticipato, quando si vivono profonde e intensissime emozioni, quando si va in acqua con serenità, con spensieratezza si rammenta tutto, garantito! Vi racconto tre episodi che a distanza di oltre trent’anni ho impressi nella mente, distintamente.
Lesvos, il dentice sudato. Le isole vicine alla Turchia le visitai spesso a fine estate traendone molte soddisfazioni. Il viaggio per arrivarci non era breve ma la passione sorpassava tutte le difficoltà! Lesvos, ad esempio, isola piuttosto grande nell’Egeo nord orientale, mostrava nel lato a nord, e nord ovest dei posticini molto interessanti per i dentici. Qualche volta il Meltemi soffiava ancora forte a settembre ma diciamo che fummo fortunati perché solo una volta ci impedì di uscire per la sua intensità. A fine stagione il tempo era sereno, caldo con mare spesso bellissimo, calmo. Trovammo un ciglio lungo, stranissimo, quasi tutto liscio, con un gradino che cadeva quasi verticale per alcuni metri. Lo visitammo accuratamente non trovando molto pesce ma un pomeriggio ai primi d’ottobre 1991, magia! Lesvos subiva un flusso di forti correnti che credo provenissero dalla Turchia, dallo stretto dei Dardanelli. Il tratto di mare esposto era sito nella parte ovest dell’isola greca e interpellati alcuni pescatori locali ci confermarono il fenomeno ciclico. Quella sera trovammo un fiume, una massa d’acqua torbida e calda che scorreva intensa in questo canalone, e lo scolpiva. Ma era sporca, torbida non tanto per sabbia o fango, sembrava che la corrente trasportasse nutrienti, plancton, microorganismi in sospensione. Un fenomeno naturale mai osservato prima, incredibile. Scorrendolo finimmo in una parte del ciglio dove c’era qualche raro masso, qua e là, un fondale abbastanza profondo che sinceramente incuteva una certa angoscia, un ambiente spettrale. Piattume con i sassetti e le alghette rare, poi il correntone scuro che scorreva e disegnava il “fossato” prospiciente e quasi netto sul bordo caduta. Ancorammo il piccolo gommoncino a debita distanza e il mio compagno si buttò per primo in acqua. Io nel frattempo mi preparai con calma e mentre mettevo ordine sul pagliolo vidi Walter che tornato in superficie, un po’ agitato, mi urlò che aveva visto i dentici. Affrettai la vestizione. L’amico intanto ci riprovò, due, tre tentativi ma risalito sul battello mi disse che non c’era verso di intercettarli, era come una processione, una sfilata: ogni tanto dallo sporco ne sbucava uno parallelo al ciglio e poi spariva. Dove nuotavano i maledetti? Nel flusso di corrente, a risalirlo, ma non si vedevano con regolarità. Comparivano di tanto in tanto, bei pesci ma lo spazio per nascondersi era ridottissimo e i posti buoni rari, quasi tutti a debita distanza dalla caduta, lontani. La cosa mi stuzzicò. Entrai in acqua con l’Sl 95, scorsi il fondo e vista una pietra feci la discesa calibrata e mi appostai. Dopo una breve attesa scorsi il primo bel dentice. Sfilò tranquillo, lo stimai sui cinque chilogrammi, subito dopo ne sbucò un’altro di proporzioni leggermente più grosse. Che belli! In effetti non si avvicinavano, sembravano trovarsi bene in quel velo di corrente ad alta concentrazione di nutrienti, evidentemente. Tutti fuori tiro. E stranamente sulla porzione piatta del luogo la corrente era debole. Mentre risalivo vidi poco più avanti un sassetto che mi parve non troppo distante dall’orlo, un po’ più vicino. Lo memorizzai dando un’occhiata a terra, una mira costituita da un avvallamento che terminava sul lato a destra di un’isoletta e tornai al BAT. Chiesi a Walter la cortesia di porgermi l’Asso 115, privo di variatore di potenza, mi era venuta un’idea. Conoscevo la gittata di quel pneumatico con asta tahitiana da 8 mm, al centimetro, lo usavo spesso in Corsica e in certe situazioni si era rivelato micidiale. Tornai lungo la dorsale, uno sguardo alla costa, uno al fondale e dopo una decina di minuti vidi il riferimento che mi aveva ispirato in precedenza. Mi tranquillizzai, controllai la frizione del mulinello, l’O-ring sull’asta, le tre passate di nylon da 1.40 mm, e giù. Pinneggiai per una quindicina di metri poi giù in caduta a pale ferme, appena inclinate. Finii al cospetto della piccola roccetta. Davanti a me, a circa cinque metri di distanza il ciglio s’innalzava di un pelo, faceva una gobbetta spazzata dal fiume di corrente. Era un riferimento limite. Esisteva una leggera depressione attorno alla pietra ma la mia figura restava in ogni caso piuttosto scoperta, percepibile. Distesi il braccio, allungai più che potei il 115, poggiato, basso, piegato leggermente su un lato e attesi. Le castagnole erano rade, mangianza a filo del ciglietto, non c’era da farci molto affidamento, dovevo stare pronto e vigile con lo sguardo perso nel torbido e la mano sinistra posta a coprire parte della maschera, gli occhi. Ad un certo punto sbucò rapida la sagoma di un grosso dentice, ma perdetti l’attimo buono, troppo veloce nel nuoto. Ero incastonato nella conchetta, gambe leggermente divaricate puntate sulle micro pareti della buca, in allerta massima, super concentrato. Avevo come riferimento la “virgola” del ciglio, stimavo che il pneumatico era al limite della gittata utile ma che avevo una chance potenziale di arrivarci. Dopo una decina di secondi ecco materializzarsi un altro bellissimo animale. Prima l’anteprima del muso, poi l’occhione arancio e lì non attesi oltre. Premetti il grilletto a braccio teso e con il corpo proteso in avanti più che potevo. Il dardo partì come un fulmine, distese il monofilo in un lampo e raggiunse il dentice sulla parte alta del capo, lo passò stordendolo. Una legnata di quelle toste toste. Passato lo stupore, la scarica di adrenalina, scattai come una molla e vidi il denticione secco, a dire il vero scorsi dapprima solo la grande coda, il “resto” era giù dal ciglio con l’asta che svettava, tremolante. Lo raggiunsi, vidi che la tahitiana non l’aveva perforato del tutto, non era passato da parte a parte. Penetrò la punta dell’asta e parte della doppia aletta lunga contrapposta, piantata bene nell’osso cranico, a pochi centimetri dietro l’occhio. La fortuna aiuta gli audaci, lo fulminai all’istante, colpito nel cervello, a oltre cinque metri di distanza dalla volata. Che tiro! Una soddisfazione bestiale! Risalii con un dolce traino, lo staccai dal fondo e lo recuperai lentamente dalla superficie, a ogni passata di nylon, tra me e me, gongolavo, sorridendo…
Mikonos, il dentice in 30 centimetri d’acqua. Mikonos era un’isola strana, nel cuore delle Cicladi, molto animata da turisti già in quegli anni. Ma nella parte sud, sud ovest c’era un arcipelago di isolette limitrofe molto interessanti. Io mi spostavo in gommone quasi sempre ma in certi casi entravo anche da terra quando magari mi riposavo il mattino o c’era mare brutto e non avevo voglia di uscire in barca. Anche sulla stessa Mikonos, lontano dai centri abitati e dalla movida avevo reperito ottime zone di pesca. Una sera di inizio ottobre raggiunsi un golfetto, qui avevo trovato dei bei pesci, cernie e saragoni, ma anche dentici nel punto fuori da un capo roccioso. Feci la mia uscita con la plancetta segna sub, più che altro una base d’appoggio per uso personale perché non c’era ombra di imbarcazioni, di gente, nessuno in giro. Provai qualche tuffo ma senza esito. Nei giorni precedenti avevo portato ai signori che mi ospitavano, la location consisteva in una tipica una casetta bianca con persiane e decorazioni blu, affacciata sul mare Egeo, parecchio pesce, quindi a me interessava la cattura singola, di pregio, per divertimi. Ma non ebbi fortuna, sul calar del sole feci ritorno al moletto, un po deluso. Il fondale era diventato basso, poi bassissimo, sulla mia sinistra un ciottolato che scendeva gradatamente in neppure un metro d’acqua. Mentre stavo per uscire sentii uno sciabordio a terra, abbastanza intenso, come di pesci spaventati che saltano nell’acqua. Poi tutto tacque. Afferai l’SL 95 e ipotizzando magari un branzino in caccia mi diressi verso la scogliera degrandante. Con il corpo stavo quasi verticale alla base dei ciottoli, busto piegato leggermente a filo dei sassetti. Prima poco meno di un metro d’acqua, poi mezzo, poi trenta centimetri. Ero quasi a riva quando, sulla sinistra mi sembrò di percepire un movimento. Mi acquattai il più possibile, mi nascosi dietro una piccola pietra come potei e stetti immobile. Dopo una breve attesa ascoltai nuovamente l’intenso sciacquettio, distinsi quasi un deciso colpo di coda, si trattava sicuramente di un predatore! Non c’erano più dubbi. La cosa mi caricò ma non vedevo nulla all’orizzonte. Ormai ero arrivato praticamente al bagnasciuga quando, sulla destra, partì una grossa macchia fugace, indefinibile, velocissima. Non potevo crederci, c’erano si e no trenta centimetri d’acqua, forse meno! Ruotai il polso seguito dall’avambraccio e contemporaneamente premetti il grilletto. Non ebbi il tempo di mirare, di allineare bene il fucile, più che altro fu l’istinto a guidare la mano, il colpo. L’asta da 8 mm dell’SL 95 riuscì a colpire il bersaglio, in un punto bassissimo, dietro la pinna caudale, ma lo insagolò di brutto. Abbandonai il pneumatico e riuscii ad afferrare il dentice, un bel dentice tra l’altro, che cercava di liberarsi dal filo. Lo presi e gioii da matti! Diciamo con una buona dose di fortuna che mi aiutò nell’azione. Rimasi basito, un dentice in quel posto, quasi in superficie, e catturato in una modalità che definire curiosa è riduttivo.
Kalimnos, il dentice con l’asta da 9 mm. L’isola delle spugne, che bel luogo! L’arcipelago del Dodecaneso, anch’esso nei pressi della costa turca mi riservò delle bellissime vacanze di pesca oltreché da turista. Pensate che a casa ho ancora delle spugne naturali acquistate per poche dracme ai pescatori locali, delle grandi spugne, morbidissime. Purtroppo con i sistemi di prelievo adottati molti tratti di fondale erano deturpati, non si vedeva l’ombra di un pesce ma noi ci spostammo anche nelle isolette vicine, non abitate, e in qualche settore trovammo dentici grossi, soprattutto nelle coste rivolte a nord di Kalimnos. Con il gommone battemmo un’ampia insenatura, il fondale cadeva abbastanza ripido e poi si eclissava nel blu, a notevole profondità. Sulla discesa un tratto di frana, più precisamente alcuni massi accatastati che interrompevano la monotonia del luogo. Decisi di scendere con l’SL 85 allestito con l’asta da 9 mm, un’arma estremamente maneggevole e soprattutto letale sui serranidi. Arrivato in prossimità delle rocce, alla base di sabbia di una di queste notai uno sbuffo di sospensione. La cernia? Scapolai appena un angolo e vidi il musetto. Cercai di organizzare una strategia di avvicinamento ma non appena inclinai il capo fui distratto da un colossale branco di dentici che letteralmente mi aveva circondato, decine e decine di pesci che facevamo un ampio carosello attorno a quelle pietre. E qualcuno spaventosamente grosso. Mi lasciai cadere in un buco (al diavolo la cernia) e nonostante stringessi in pugno un fucile non proprio adatto per questo tipo di predatori tentai ugualmente la posta. I dentici volteggiavano poco distanti e non appena scomparii alla loro vista partì l’arrembaggio. Mi ripetevo come un mantra che dovevo aspettare che si avvicinassero molto e dovevo mirare bene perché l’asta da 9 mm oltre a non essere un fulmine di guerra come velocità avrebbe potuto causare imponenti lacerazioni per la sua massa su punti delicati con carni facilmente cedevoli e lacerabili dei pesci. Poi avevo montato l’arpioncino piccolo, quello speciale con la testa riportata in metallo duro e le alettine corte. Mah. Il branco aveva perso la prudenza, i freni inibitori e mi trovai in mezzo ad un… parco giochi. Musi, volteggi, andirivieni, un tripudio di corpi rosa blu da cardiopalma. Attesi di averli a meno di due metri dalla volata e poi scelsi. Finita la festa. Ne puntai uno sul muso, un esemplare non dei più grossi ma mi concentrai su quello che transitò poco sotto la mia posizione e mi fece sparare praticamente inclinato dall’alto al basso. Misi la volata sulla collottola seguendolo per una frazione di secondo poi mi decisi. Scoccai il tiro, una bella botta, e lo colpii sul testone, da dietro. La reazione fu debolissima, 400 grammi di acciaio armonico furono il viatico della dipartita. L’asta da 9 mm aveva funzionato anche sui dentici, meno male! Qualche tempo dopo, in questa zona, a terra, sempre impugnando questo corto pneumatico realizzato con il “fai da te” ebbi l’incontro con il capoccione immenso di una ricciola enorme, di oltre cinquanta chilogrammi, ma questa sarà la protagonista di un’altra storia. Prossimamente.
Le armi più usate sui dentici.
Il Seac 115. Che avventure con questo micidiale pneumatico! Lo vinse a una gara Gigi Caretto, un conosciuto e forte agonista torinese, e me lo vendette desideroso di sbrogliarsene, lui usava solo arbalete. Ricordo che acquistai l’Asso 115 della Seac Sub a giugno di fine anni 80 e il primo pesce che prendetti fu un bel cernione, il primo tra l’altro, della mia vita. Usciva di serie con asta da 8 mm filettata, lo usai anch’io i primi tempi così. In un negozio di Torino avevo trovato degli arpioni con alette lunghe e misi questi come terminale quando mi dedicai a pescare dentici. Il variatore di potenza fu eliminato e senza l’arma rendeva anche con meno atmosfere, sparava più veloce. Gli allargammo e angolammo i fori della testata, svasati poi con lima tonda, messo un pistone artigianale, taroccato un po’ il dente di aggancio e quando lo collaudai sui dentici, nel golfo di Porto capii che stringevo tra le mani uno strumento d’offesa favoloso, letale. Con l’Asso 115 non sbagliai un pesce, presi tutti i dentici che sparai. Ma un giorno, sotto Calvi, incontrai in gommone un pescatore italiano, di una certa età, che stava pescando con uno lungo Sten e asta tahitiana mono aletta. Ci fermammo a parlare, mi svelò che così il fucile ad aria risultava molto più veloce nel tiro. Mi spiegò, bontà sua, che aveva tagliato un’asta di un arbalete, filettato il fondo per poter mettere il codolo. Questa soluzione mi intrigò parecchio e tornato a casa mi recai da Adriano, un volenteroso appassionato bravissimo a realizzare modifiche sull’attrezzatura subacquea spiegandogli cosa avevo visto. Si mise all’opera e dopo qualche giorno ci ritrovammo nella sua mitica cantina/laboratorio. Mi mostrò un prototipo ma non realizzato con un’asta da fucile elastico tagliata bensì ricavò una nuova tahitiana da un dardo più lungo classico, filettato, in acciaio armonico. Limatura sotto la cuspide fatta a mola, inserimento di due alette ritagliate a mano in lamierino inox, ribattute una per una, e imperniate contrapposte. Attrito frontale praticamente pari a un’asta ad aletta singola non curata. Fu la svolta per tutti i pneumatici che possedevo.
L’SL 95. La Cressi Sub produceva questo pneumatico nella lunghezza massima di 95 centimetro. Come l’Asso aveva una canna interna da 13 mm. Era costruito con materiali ottimi, in particolare la canna di colore azzurrino era realizzata in una lega speciale di alluminio dalla durata e resistenza semplicemente spaziale. Mai sostituita, mai rigata, perfetta. Arma ultra affidabile. Lo avevo riscattato lavorando in un negozio di attrezzature subacquee torinese, e me ne ero innamorato. Rispetto al mio primo SL 70 potevo ampliare il raggio d’azione. Lo provai prima in Liguria poi direttamente in Corsica. Anche questo fucile era dotato di asta di serie da 8 mm. Mi ci trovavo bene, sulle cernie avevo scelto aste da 9 mm, ma quando Adriano mi preparò un’asta da 7 mm tahitiana con alette lunghe cambiò la musica. L’SL 95 sfoderò una velocità di tiro fenomenale. Sui dentici lo usai per anni, si nascondeva benissimo e prendevo i pesci quasi tutti sul muso, non avevano tempo di girarsi. Spettacolare. Smisi di adoperarlo assiduamente per i dentici quando provai il Seac Asso 115 anche se in certe occasioni rimpiansi la velocità unica provata con l’SL95.
Lo Slaks 115. Da ragazzo mi divoravo i numeri di PescaSub, mi leggevo i test, ero curioso sui prodotti nuovi, sulle pubblicità! Insomma in quegli anni la passione era suffragata dalla ricerca di attrezzatura sempre più performante. Coinvolto da un amico che aveva comprato un arbalete francese, e vi parlo di fine anni 70, primi anni 80 avevo preso un Apache 90, l’arbalete con cui Renzo Mazzarri vinse il titolo mondiale di pesca subacquea. Ricordo che la prima volta che lo portai in acqua in Liguria ci presi due branzini e mi piacque da impazzire il modo in cui si mirava, la dolcezza del tiro, la silenziosità dell’esecuzione. Un altro mondo rispetto ai miei amati pneumatici. Poi arrivò l’esigenza di maggiori prestazioni, presi un Apache 110 ma quando cercai di potenziarlo con gomme più corte, asta più pesante iniziarono i problemi. Allora decisi di mantenere l’impugnatura ma feci modificare la meccanica di sgancio con molle di maggior carico, intercambiai il tubo da 28 mm di serie con un fusto di alluminio rigidissimo e di massa considerevole, preparai una testata auto costruita in Ergal. Propulsione affidata a gomme in puro lattice da 20 mm, aste tahitiane da 6.5 e 7 mm. La prima volta che lo collaudai rimasi di stucco. Sparava molto bene anche se non veloce come i fucili ad aria che possedevo ma magnifico nelle peculiarità tipiche dell’arbalete. Il nome Slaks, curioso, nacque quando ascoltai il rumore prodotto dalla violenta contrazione degli elastici, per l’occasione su un dentice di quasi nove chili che presi in Corsica.
