AMARCORD – Ep. 22

I pesci “invernali” della Corsica 1992

Molti giovani, e non solo che hanno la fortuna di abitare in regioni lambite dal mare si domandano come fa un pescatore subacqueo residente nel nord Italia a mantenere viva la passione, a coltivarla senza perdere motivazioni, abilità sportiva, capacità predatorie. La risposta è piuttosto semplice: la lontananza dal mare stimola ancor di più il desiderio, la voglia irrefrenabile di andare in acqua quindi si fa tesoro di ogni piccolo momento per allenarsi in piscina, per organizzarsi brevi vacanze in località marine, per sognare avventure speciali in ogni momento della giornata. Si cerca di ottimizzare tutto, ad iniziare dall’attrezzatura e alla sua massima personalizzazione nella speranza di non sbagliare un colpo; alla cura del fisico e dell’apnea per mantenere il fisico pronto a ogni tuffo; alla pianificazione accuratissima dei viaggi, degli itinerari per non sprecare tempo. Insomma nulla, proprio nulla è lasciato al caso! La mia storia, come quella di moltissimi ragazzi, è coincidente con questo preambolo. Da Torino mia città natale e di residenza al primo “battesimo” sull’antemurale del porto di Alassio (Liguria di Ponente) nel freddo marzo 1978 è stato un susseguirsi di emozioni, una più bella dell’altra. Nei vari pezzi “Amarcord” scritti e in quello che state leggendo ora sono narrati degli episodi, degli avvenimenti che ricorderò per tutta la vita. Racconti di pesca che mi piace da matti svelarvi poiché il nostro sport è davvero un serbatoio di avvenimenti unici, singolari, da palpitazioni cardiache.

L’incredibile “infilata” di pesce. Nell’inverno del 1992 decisi con la mia amata fidanzata Lucia, conosciuta da qualche mese, di trascorrere una settimana in Corsica, naturalmente per andare a pesca. A gennaio ci eravamo già ritagliati un week end lungo, l’isola francese da visitare in piena stagione fredda è di una bellezza struggente, soprattutto procedendo verso il versante occidentale. Ma anche l’interno nei mesi di febbraio/marzo regala posti magnifici anche se parecchio impegnativi sotto il profilo del percorso stradale. Mentre con la nostra auto munita di pneumatici termoaderenti (i primi modelli comparsi sul mercato in quegli anni) percorrevamo la strada a tratti innevata e gelata che conduceva a Porto osservammo degli scorci paesaggistici di montagne coperte interamente di neve, di costoni ghiacciati, di case con serie di enormi pinnacoli trasparenti che gocciolavano sotto il tetto, di animali allo stato brado che cercavano cibo sotto una pesante coltre bianca. Chilometri e chilometri senza incontrare auto, una solitudine da brividi. Optammo per una seconda vacanza al termine del mese successivo anche perché, a differenza della volta precedente trovammo i riferimenti di una piccola pensioncina che ci ospitò non troppo distanti dalla costa, dall’incantevole golfo di Porto. Eravamo gli unici avventori quindi godevamo di libertà assoluta. La sera gonfiammo il battello pneumatico e lo lasciammo vicino alla banchina del porto, in secca. Il primo mattino scendemmo di buon ora sulla spiaggetta a lato interno del fiume dove trovammo il nostro piccolo gommoncino coperto di un sottile strato di ghiaccio. Il fiato fumava. Tirava anche una tramontana tesa, temperatura prossima allo 0, pareva essere in una località sciistica di alta montagna, altro che in riva al mare! A pensarci ora non so quale arcano motivo ci (mi) mosse fatto sta che lo trascinammo in acqua e dopo alcuni strappi il fuoribordo si avviò borbottando, fumando intensamente per la differenza di gradiente termico. Lucia era bardata con triplice protezione termica (muta, giacca a vento imbottita, cerata e pesante cuculo in lana sul capo) e guardandola battere i denti mi sentii in colpa per averla trascinata in situazioni davvero dure per chiunque. Le chiesi se voleva tornare in albergo ma mi disse di no. Io indossavo un completo neoprenico formato da una giacca monofoderata da 7 mm e un pantalone da 5 più bermuda ma non è che stessi proprio al caldo neppure io, sinceramente. Feci alcuni tuffi di fianco alla foce del fiume, alla base della diga foranea, e scorsi alcuni branzini, qualche orata che però non riuscii a insidiare con successo. La temperatura era terribile anche sott’acqua, l’acqua dolce di disgelo della neve si miscelava a quella salata e usciva copiosa, la corrente in uscita era parecchio sostenuta. Visibilità scarsa in superficie ma pochi decimetri sotto una pulizia notevole, poca sospensione è ottima visibilità. Tutta un’altra storia rispetto al torbidume che incontravo quasi sempre in Liguria in questo periodo. Con la mia fedele, indomita, stoica barcaiola (che donna incredibile ho incontrato nella mia vita…) ci allontanammo verso la costa nord, e dopo un paio di calette, scorsi un grosso branco di cefaloni che entrava all’interno di un golfetto. Feci una discesa all’imboccatura della cala, mi immobilizzai tra due sassoni tondi e la fortuna volle che un folto gruppo di pesci si avvicinò sfilando a breve distanza, con alcuni esemplari addirittura tranquilli che nuotavano a breve distanza dalla volata dell’SL 95. Puntai un’esemplare vicino alla punta dell’asta e senza badare ad altro premetti il grilletto. Successe il finimondo appena dopo il rumore di sparo. Un bailamme di squame argentee che frullavano a mezz’acqua, fuggi fuggi generale con boato di fuga immediatamente conseguente. In una sola parola: caos! Un po’ intorbidito ma altrettanto elettrizzato non credevo ai miei occhi. Con mia immensa sorpresa scorsi due, tre pesci insagolati che si dibattevano lungo la lenza e sull’asta si agitavano altri due grossi muggini. “Ecchéroba!” Ebbene si, cari appassionati, feci una “cinquina” incredibile! Mentre organizzavo il recupero dei cinque mugginoni, passai il pneumatico a Lucia che tirando su il nylon con le mani guantate ma intirizzite dal gelo mise a paiolo tutti i pesci incredula di tale, improvvisa abbondanza. Stavo pensando a questo tiro quando lo sguardo per puro caso si concentrò lungo la dorsale rocciosa alla mia destra, mi parve di notare una scodata nei pressi di un taglio orizzontale, una decina di metri di profondità, circa. In effetti il branco di pesci era numeroso e si era dileguato in fretta e furia verso terra.
Senza risalire sul BAT dissi alla mia ragazza di seguirmi a bassa andatura e stare leggermente in fuori ma non aveva ancora avviato il fuoribordo quando giunsi a nuoto sotto la falesia e dopo qualche metro strabuzzai gli occhi nella maschera. Lungo la parete verticale, quasi alla base c’era una fenditura  e si vedevano entrare e uscire altri cefali di stazza considerevole. Non potevo crederci! Un eden, un paradiso, ma che ricchezza! Senza distogliere lo sguardo dalla parete di roccia allungai un braccio verso l’alto e senza perdere il punto urlai a Lucia di passarmi subito il “lungo”, lo Slacks 115. Non si era ancora allontanata e dopo qualche istante la mano all’indietro e la testa sott’acqua sentìì “il tocco” del fucile richiesto. Intanto guardando il fondale notai che i pesci non si muovevano più all’imboccatura scodando, erano meno attivi ma non erano scappati, li avrei visti. Discesi pinneggiando e poi grazie alla zavorra generosa stando immobile continuai senza muovere più le gambe. Solo quando mi fermai nei pressi della spaccatura, su di un lato, mi resi conto di cosa mi si presentava dinanzi. Infilai il lungo arbalete nella crepa, capo e testata all’unisono poi mi bloccai. Scrutai l’interno e dopo iniziale incredulità capii che un’occasione del genere non si doveva perdere per nessuna ragione al mondo. Ma a dire il vero tutta questa calma non riuscivo ad esprimerla, la verità e che persi letteralmente il lume della ragione. Lo spacco, la crepa nella roccia era alto una ventina di centimetri ma profondamente penetrante il fianco della montagna. Stipati all’interno una moltitudine di grossi cefali, decine e decine che si spostavano nervosetti da una parte all’altra. Inquadrai un angolo con una concentrazione alta di pesci, uno strato con tanti occhioni che mi guardavano, presi la mira e sparai nel mezzo, dove c’era la concentrazione più alta e impenetrabile alla vista. La lunga asta non arrivò a fine corsa, le due passate di nylon non furono coinvolte nella bolgia, il pesante tondino metallico perforò brutalmente corpi e corpi, sobbalzò, iniziò a fremere, a scuotersi. Non c’era polverino ad oscurare la visuale così assistetti a lame d’argento che schizzavano da tutte le parti, un baillame da infarto! Estrassi a fatica la tahitiana da 160 cm, i muggini arpionati sbattevano ma dopo aver esercitato qualche trazione, qualche strappo recuperai tutto. All’appello, ragazzi, non uno, non due, non tre ma ben altri cinque cefaloni! Due tiri, dieci pesci, carniere assai pesante… Risalii in gommone, incredulo guardavo tra le pieghe del sacco di iuta tutti quei cefali, bei pesci grassi, chissà che buoni! Ci guardammo, io ero appagato, Lucia era contenta ma morta di freddo e decidemmo di tornare a casa, al calduccio. Per curiosità prima di arrestare il Jhonson 15 cv misi una mano a fianco del fuoribordo due tempi che borbottava fumando, lo spillo d’acqua di raffreddamento era gelata, anche lui non riusciva a scaldarsi….

I pesci “curiosi” del golfo di Porto. Dopo un pomeriggio passato in completo relax, davanti ad un fantastico caminetto scoppiettante facciamo il punto della situazione. I Corsi che ci ospitano sono strepitosamente ospitali, ci viziano. Siamo gli unici turisti. Gli regaliamo un paio di cefaloni, li abbiamo fatti felici. Il resto del pescato lo imbustiamo e lo inseriamo nel nostro congelatore a pozzetto che ci sta giusto giusto nella Opel Kadett Van “SYNAGRYDA”, la furgonetta da avventure acquistata nel 1991. Per l’indomani decido di uscire da solo, da terra, è preferibile. Il gommone è per duri, l’aria troppo gelida, condizioni al limite, sul serio. La mia compagna ci aveva provato ma ripetere un’esperienza bestiale come quella del giorno precedente voleva dire rischiare la salute, probabilmente. “Se c’è da stare in macchina a leggere un libro si potrebbe fare- mi dice Lucia-”. La mattina all’alba mi infilo la muta sotto la doccia calda, salgo sulla vettura con i sedili protetti da un foglio di nylon e un telo di spugna. Raggiungiamo la costa sud scendendo lungo una stradina tortuosa immersa nella macchia mediterranea che si snoda poco dopo lo spiaggione di ciottoli, nei pressi di Port la Castagna. L’area di questa zona costiera, poco lontano dalle Calanche, è una meraviglia della natura. Profumi, colori, tutto inebria. E in pieno inverno, in assoluta solitudine, il tempo si ferma piacevolmente per un pescatore in apnea. Il mare è abbastanza tranquillo, il cielo un po’ coperto, opto per fare qualche ora di pesca lungo le franate di massi, blocchi di varia forma che scendono dalla montagna. Nuoto per qualche centinaia di metri e mentre sto per concludere l’ennesimo agguato/aspetto  assisto a un evento mai osservato in precedenza. Una strana creatura resta cullata nell’onda, sospesa a mezz’acqua e leggermente messa di traverso. Strabuzzo meglio le orbite oculari, cerco di ridurre appena le distanze approfittando del riparo di un piccolo sommo. L’arbalete Slacks 95 (eh sì modificato anche l’Apache 90 con fusto da 30 mm, spezzoni di guida integrale, testata in Ergal) è in direzione, il pesce, poiché di questo si tratta, è piatto e ampio come dimensioni, livrea scura e opaca, muso prominente, un bel bersaglio. Non nuota rapido, si sposta lento, mi guarda alternativamente muovendo il corpo. Lo miro accuratamente e non appena rientra nella gittata del mio arbalete auto costruito gli tiro. L’asta tahitiana da 6.5 mm lo raggiunge, lo trapassa senza difficoltà ma non appena colpito l’animale ha una reazione inattesa: innalza, rizza la spettacolare spina dorsale e inizia a emettere dei suoni tetri che paiono gutturali, molto intensi peraltro. Mi spavento. Resto attonito, mi dispiace sentire questo “lamento”… con un colpo di pinne decise lo raggiungo e solo allora, quando lo stringo tra le mani e noto la macchia scura a metà del corpo capisco di aver preso un grosso San Pietro. Nei miei libri da bambino avevo letto la storia, la leggenda di questo pesce, della moneta poggiata dal Santo e che era rimasta impressa sulla pelle liscia di questa creatura di altri tempi. E’ un bel padellone, non vedo l’ora di tornare alla base per mostrarlo a Lucia. Sono così contento di aver preso questo nuovo pesce che smetto di pescare. Anche la mia fidanzata resta meravigliata da quella cattura misteriosa, mai vista, stranissima che pare arrivare da un era jurassica. In pensione lo mostro ai titolari e anche loro restano sorpresi da tale cattura. Mi spiegano che ogni tanto capita nelle reti ma non li hanno mai visti prendere da un sub. Pierre mi racconta che è un pesce abissale, un pesce che sembra preistorico per le sue fattezze e che nel golfo di Porto c’è perché il fondale a centro insenatura è profondissimo, in effetti. Forse risale a quote accessibili solo in questo periodo, chissà. Aggiunge che si tratta di un piatto da re, una vera leccornia e che ci farà gustare la sera stessa. Fatto semplicemente al forno con le patate il pesce San Pietro, con i suoi due filetti laterali con carne bianchissima e compatta, molte altre parti prive di carne e con morfologia ossea davvero particolare è un piatto strepitoso, di rara qualità organolettica. Uno dei pesci più buoni che abbiamo mai assaggiato! Imparata la lezione e capito dove potevo pescarli mi è capitato di prenderne altri, anche negli anni a venire. E a casa, dalla mia futura suocera, in special modo, ogni volta che gliene portavo uno era sempre una festa.

Magica Corsica invernale!

 

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