Ricordi di Corsica 1981/1994
In questo Amarcord riprendo la narrazione di alcune avventure vissute in quella straordinaria isola che è la Corsica. Tra il sottoscritto e la spettacolare isola mediterranea c’è un feeling particolare, un imprinting che getta le basi nella mia adolescenza, l’età che regala passioni, spensieratezza, emozioni a fiumi. Vorrei ripercorrere in alcuni flash gli episodi che mi sono rimasti più impressi visto che dal 1981, il primo anno di vacanza di pesca in Corsica, in piena autonomia, sino alle ultime frequentazioni dei primi anni 90 con Lucia, che poi è divenuta la mia dolce metà, ho vissuto avventure incredibili, uniche, sontuose. Oltre dodici anni di visitazioni frequenti, multi stagionali, di attrazione fatale. A distanza di oltre quarantaquattro anni, si avete letto bene, quasi mezzo secolo fa ricordo ogni particolare, ogni dettaglio a testimonianza che quando il proprio vissuto è speciale è impossibile da dimenticare! Chiudo i capitoli degli Amarcord legati alla Corsica riproponendo una serie di avvenimenti accaduti in un novero di tempo ristretto e che mi hanno marchiato a fuoco, che hanno rappresentato momenti fondamentali nella mia crescita sportiva.
Il battesimo, l’iniziazione. Correva la primavera del 1981, il mattino svolgevo la normale frequentazione allo studio delle superiori, il pomeriggio quando riuscivo ad essere libero da impegni scolastici mi recavo in un negozio di attrezzature subacquee non lontano da casa, a Torino, per dare una mano. Un’attività che praticavo occasionalmente da alcuni anni prima e che oltre a farmi guadagnare qualche lira, o meglio compensi in cambio merce, mi permise di entrare nell’ambiente della pesca subacquea di livello. Ero specializzato nella vendita di fucili pneumatici soprattutto, e nello specifico degli SL della Cressi Sub, l’azienda che i fratelli Bonassi, titolari e eccellenti agonisti del punto vendita Punto Sub, promuovevano poiché amici dei titolari dello stabilimento storico genovese. Verso la metà del mese di maggio servii un signore di una certa età, Pier, ci scambiammo qualche battuta e mi colpì per la sua energia vitale, la sua cordialità. Dopo alcune settimane si ripresentò al bancone, mi salutò calorosamente rivolgendomi una richiesta inattesa e insolita: “Emanuele avrebbe voglia di accompagnarci in Corsica, di trascorrere una breve vacanza in compagnia della mia famiglia? Mi piacerebbe che mi insegnasse un po’ a pescare, accetta?”. Rimasi attonito, stordito, prima di realizzare passarono alcuni minuti. “Chi, io? Insegnarle a scendere sott’acqua? Sta scherzando, per caso?” Avevo 17 anni, stavo per compierne 18, ero di fatto un ragazzino altrochè un “docente”! Ci scambiammo i numeri di telefono e gli dissi che ci avrei riflettuto, che gli avrei dato comunque una risposta a breve. Non mi sentivo assolutamente pronto per questo ruolo “didattico”, avevo sì maturato esperienza con i miei titolari nelle due estate precedenti, 1978 e 1979, barcaiolo e assistente a “paperinate” attorno all’intero perimetro sardo, sino allo sfinimento, ma un conto è fare “lo spettatore” più o meno attivo, un altro è dimostrare di saper pescare sul serio! Non so come, perché, ma decisi di lanciarmi, ad accettare; chissà come era il mare di Corsica, cosa avrei trovato in acqua, l’immaginazione non mi faceva stare più nella pelle! Qualche giorno dopo la metà di giugno 1981, il ritrovo a casa di Pier, pronti per la grande avventura. Raggiungemmo il porto di Vado, Savona, ci imbarcammo sul traghetto della Corsica Ferries alla volta di Calvi, poche ore di traghetto e arrivammo a destinazione. Poi nella roulotte con Pier e famiglia giù per i tornanti di una spettacolare e pericolosissima strada costiera, a strapiombo sul mare e con un guard rail costituito da un basso muretto in pietra, sino al camping “la Morsetta”, un campeggio affacciato su una baia situata a una ventina di chilometri a sud rispetto la cittadina di Calvi, versante nord occidentale corso, la Baie de Crovani. La sistemazione era leggermente dislocata rispetto agli altri ospiti della struttura ricettiva, ci fermammo in alto, piazzole al cospetto di un antico aranceto posto direttamente ai piedi della profumata “macchia corsa”. Trovammo anche altre tende e roulotte di italiani, amici della coppia, e seppi che il gruppo si ritrova da anni sempre in questo periodo. Rimasi colpito da questo angolo di Corsica immerso nella natura più selvaggia, isolata, pochissima gente, che belle sensazioni!
La notte tra rumori di fauna selvatica, la brezza umida, l’eccitazione non riuscivo a prendere sonno. Ero “turbato” da mille pensieri, curiosità frammista a paura di verificare il livello di crescita personale, il timore di non fare bella figura con Pier, con tutti i suoi amici! Ero solo, la prima volta, mammamia… Il mattino dopo in tarda mattinata riuscimmo ad alare la lancetta in alluminio di Pier e nel primo pomeriggio uscimmo a pesca insieme. Indossai la mia prima muta in liscio esterno foderato interno, una Cressi Gara in neoprene Rubatex G231 frutto di oltre un mese di lavoro; le pinne erano appena arrivate in negozio, si trattava delle Hughes Dessault-Sporasub, a pala lunga intercambiabile di plastica rossa; la maschera era la Piuma Cressi, e come fucile presi l’ SL 70, l’arma che usavo abitualmente, mentre in una sacca c’erano due fiammanti fucili, un SL 95 e un corto SL 55, acquistati per l’occasione, da battezzare nel mare corso. Arrivammo nei pressi di un grosso scoglio affiorante alla destra dell’ampia baia, e gettammo l’ancora a ridosso. Il mare era un po mosso ed io, abituato più che altro al bassofondo torbido della Liguria di Ponente, rimasi sorpreso dall’acqua che restava pulitissima pur battuta da una forte risacca! La Corsica dei primi anni ottanta, era una sorta di acquario, la zona era piena zeppa di pesce! Attorno allo scoglio in un turbinio di castagnole e occhiate giravano saraghi, orate, barracuda, ricciolette, cefali non sapevo più dove guardare! Ero tremendamente eccitato, non avevo mai visto tanto pesce così in vita mia, al libero! Impugnavo il fedele SL70, il primo fucile ricevuto in regalo dai miei, ma di fatto rimasi estasiato, ammutolito, incapace di abbozzare una reazione. Potevo fare ben poco con il corto pneumatico in quelle condizioni di limpidezza estrema ma più che altro era la mia testa che non girava bene, non riuscivo a concentrarmi, a mettere in atto una strategia, a trovare il bandolo della matassa. Pier si avvicinò, mi mise una mano sulla spalla e mi disse di rilassarmi, di non preoccuparmi, di non farmi problemi anche se non avessi preso nulla. Ero stanco, affranto ma ebbi un sussulto di orgoglio. Raggiunsi lo scafo, estrassi dalla sacca porta fucili l’SL95 con maniglione. Per farla breve ritornai in acqua e al termine di un aspetto arrivò un denticiotto, riuscì miracolosamente a sparargli e a metterlo in sagola. Il mio primo dentice corso! Non presi niente altro, nulla. Ritornammo allo spiaggione di ciottolato del campeggio, la costa era ripida e alammo il battellino aiutandoci direttamente con dei rulli pneumatici appositi inseriti sotto l’imbarcazione in modo alternato. Ci vennero incontro gli amici Gian ed Elena, Sergio e Delia, i ragazzi di Pier, Annalisa e Alessandro, la mamma Anna e la nonna Romana, Carlo e Raimondo, Vittorio e Paola. Si aspettavano una pescata in grado di regalare una grigliata di quelle memorabili invece a disposizione c’era solo un denticiotto nel sacco di iuta… Guardammo lo spettacolare tramonto accoccolati sul bordo della riva scoscesa, tutti insieme, e poi mentre la comitiva ritornava verso le roulotte corsi rapido a fare una doccia calda, ristoratrice. La spaghettata fumante e sontuosa preparata da Sergio calmò la fame ma sinceramente non ebbi voglia di parlare, di socializzare. Restai leggermente in disparte, pensieroso, cercai di capire di comprendere tutti gli errori commessi, di ricordare disperatamente qualche insegnamento dei miei mentori torinesi. Notte inizialmente agitata, poi sonno profondo in un’aurea di spirito positivo per la giornata successiva. In fin dei conti ho affrontato l’iniziazione, il battesimo in solitaria…
La tana vergine. Il mattino seguente mi alzai di buon ora e andai a prendere una boccata di ossigeno fresco in riva al mare. Un dialogo intimistico, franco, tra lui e me, tra quella distesa blu senza la presenza di un’imbarcazione a motore, di clamori, di voci e la personale voglia di realizzazione, l’orgoglio di “emergere”. Pier mi raggiunse poco dopo, e si sedette vicino. Dopo qualche minuto gli chiesi diretto se aveva voglia di uscire, stava albeggiando. Aggiunsi che, magari, sarebbe andata meglio della sera prima. Credo che tra Pier e il sottoscritto stesse nascendo un’associazione a delinquere perché il signore non rifletté neppure un istante, mi guardò fisso negli occhi, annuì, e mi disse: “Cosa aspettiamo?” Facemmo colazione, prendemmo i borsoni e tornammo in spiaggia. Il mare era calmo, liscio come l’olio, la lancetta raggiunse la solita isoletta in pochi minuti di navigazione. Scesi in acqua ma le mutate condizioni meteo marine mi fecero osservare una situazione completamente differente dal giorno precedente: corrente assente, poco pesce in giro, scarsa mangianza. Devo confessare che subito mi assalì un poco di sconforto ma per fortuna tirai fuori tutta l’energia positiva che avevo dentro, e non mi persi d’animo. Mi venne in mente come in un flash ciò che Paolo Bonassi mi disse una volta: “Quando vedi un capo roccioso, una punta, spesso, fuori, ci sono rimonte, secche o semplicemente dorsali che sprofondano. Vale la pena di seguirle, di controllare se c’è qualche punto che spacca e magari concentra, fa pesce”. Chiesi a Pier se la sentiva di pinneggiare verso fuori, a fianco. La risposta fu affermativa. Prendemmo una boa segna sub e insieme provammo ad allargarci. Percorremmo un tratto con l’intenzione di verificare se la franata che si staccava dal grosso pietrone affiorante fosse continuata più al largo. La trasparenza del mare era affascinante, dalla superficie si vedeva ogni sasso anche in profondità. Non mi mancavano le prestazioni apneistiche pure, tutto l’anno frequentavo la piscina, mi allenavo duramente e costantemente con gli amici, appena potevo mi recavo in Liguria a pescare. L’anno precedente con i fratelli Bonassi eravamo in Sardegna, secca di San Teodoro, poco sotto Olbia, e avevo fatto diversi tuffi oltre i venti metri di quota, raggiunti con progressività di mesi, settimana dopo settimana, e senza mai passare i limiti, rischiare. E avevo diciassette anni.
Dopo gli scogli iniziò una distesa immensa di alghe verdi. Posidonia in ogni dove, verde dappertutto. Pier mi spronò, mi disse: “Manu prova a insistere, guarda se trovi qualcosa. Coraggio! Io torno a riva recupero la barca e ti raggiungo, così abbiamo un punto di appoggio per tutto”. Mi lasciò il palloncino e ritornò indietro, naturalmente in mare non c’era nessun altro, nessuna imbarcazione. Continuai a nuotare verso il centro golfo, iniziai a effettuare dei voli di planata a mezz’acqua, sotto di me la quota batimetrica stimata era sui 20/22 metri circa, perfettamente visibile ogni stelo di posidonia, tra l’altro. In una di queste discese esplorative, di studio mi parve di vedere, in lontananza, un leggero rialzo del fondale. Mi diressi verso il punto e, in effetti, guardando attentamente la distesa di alghe notai che una sorta di breve ciglio con caduta ne interrompeva la piatta monotonia. Alzai la testa verso la riva e scorsi Pier sulla lancia che stava arrivando, mi aveva già individuato. Gli chiesi di spegnere il motore fuoribordo e avanzare lentamente a remi. Istruivo il mio primo barcaiolo, roba da matti… Mi concentrai e seguii l’orletto per qualche decina di metri. Ad un certo punto mi parve di osservare un secondo gradino, e sotto di questo una macchia scura ondeggiante, a tratti, ma non capivo bene di cosa si trattasse. Feci segno a Pier di fermarsi alzando un braccio. Preparai per bene la discesa, quando mi sentii rilassato effettuai la capovolta. Non ebbi bisogno di percorrere molti metri, la trasparenza del mare era spaziale. Decifrai senza tanti problemi cosa c’era li sotto. La macchia scura era una palla esagerata di grossi pesci, una scena letteralmente da infarto!!! Un branco di corvine e saraghi smisurato, immenso, centinaia e centinaia di pesci, un carosello da perdere i sensi per la forte emozione trasmessa. Una tana probabilmente vergine, una mitica oasi rocciosa nel mare d’alga. Scesi a breve distanza dal fondo, spostato di qualche metro dalla verticale del raggruppamento ittico. Strabuzzai nuovamente gli occhi e giunto a contatto dell’alga cercai di capire dove mi trovavo. In pratica c’erano tre lastre rocciose appaiate, appena sovrapposte, la posidonia le copriva quasi tutte e in effetti da sopra non si vedeva la pietra. Notai sul lato quasi poggiato alla parete un ingresso triangolare: da qui entravano e uscivano decine e decine di pesci, una processione interminabile, un volteggio incredibile, da cardiopalma! Ma i pesci spuntavano anche da un’apertura secondaria superiore, e da un’altra ancora più arretrata, al limite dell’ampio complesso roccioso. I saraghi erano quasi tutti padelloni enormi, vecchi, ed erano in minoranza rispetto alle corvine. Quest’ultime erano rappresentate da centinaia e centinaia di individui, ce n’erano dappertutto, enormi, sornione, una moltitudine assurda. E qualcuna mi stava addirittura puntando, venendo incontro! Riemersi staccandomi il più lentamente e silenziosamente possibile dal fondo, in diagonale, e raggiunsi la superficie con una gioia incontenibile. Pier non era molto lontano gli comunicai subito di ancorare, e di calare lentamente lentamente, senza fare il minimo rumore. Il pedagno del pallone era ad una decina di metri dalle tane. Raggiunsi Pier e con il fiatone, il batticuore, uno stato di malcelata agitazione psico motoria gli rivelai cosa avevo visto. Pier sobbalzò, pure lui al mio racconto, e mi chiese di poter vedere la tana almeno da sopra. Per me non c’erano problemi, figurarsi! Controllai l’SL 95, l’asta, il filo di collegamento, la saldezza dell’arpione avvitato. Ipotizzai una strategia per poter prelevare qualche pesce e non disturbare troppo il gruppo. Il mio obiettivo era quello di assicurare una bella grigliata a tutti gli amici! Avevo imparato molto bene a prendere le mire negli anni precedenti e infatti presi tre facili rilevamenti sulla costa che Pier fotografò poi su mia richiesta. Non portai i fucili corti, i fratelli Bonassi facevano sempre qualche tiro ai pesci fuori dalle tane prima di procedere all’interno, questo lo ricordavo bene. Tornammo insieme in acqua, arrivammo quasi sulla verticale delle lastre, da sopra si intravedeva la massa enorme di pesce che si spostava! Pier si rendeva conto di ammirare un evento incredibile, era contentissimo! Mi preparai per bene, mi calmai, e scesi. La profondità era sui ventun metri nella porzione superiore e un metro sotto alla base. Mi appostai ad una certa distanza dagli ingressi, eccitatissimo ma insolitamente calmo e speranzoso. I pesci sembravano tutti tranquilli. L’SL 95 con asta da 8 e arpione a doppia aletta contrapposta era in mira, dopo qualche secondo di immobilità arrivo uno sciame di corvine, poi qualche sarago mastodontico, le traiettorie parevano incrociarsi, mischiarsi ma c’erano così tanti pesci tutt’intorno che era davvero difficile soffermarsi per un’analisi logica! Premetti il grilletto su un padellone di sarago spudoratamente vicino alla volata, e fuori dalla direttiva della tana, lo fulminai ma dietro misi in sagola anche un corvinone spaventoso, oltre 3.5 kg, che dalla legnata ricevuta sbatteva poco. Inutile dire che il branco alla botta del fucile s’intanò tutto, scomparve alla vista. Recuperai più in fretta che potei il filo, l’asta, e i due pesci, che strinsi al petto. Poi, ricordando gli insegnamenti dei Bonassi, restai fermo, immobile, e dopo qualche attimo ecco che il gruppo immenso di corvine ritornò a volteggiare, un po’ più allarmato ma sempre presente in numero spropositato. Risalii pinneggiando leggermente di lato e quasi mi prese un accidente quando vidi Pier in risalita veloce poco sopra la mia posizione! Era sceso sui 13/14 metri, per la prima volta! Si era goduto parte della cattura, come mi ero appostato, e assistito più da vicino alla processione del branco! Gli feci i miei complimenti ma gli dissi anche di non esagerare, di non forzare l’apnea perché era pericoloso, bisognava imparare per gradi, non avere fretta. Pier aveva gli occhi nella maschera che luccicavano, e anch’io mi commossi un pochino. Decisi di non scendere più quella mattina, di non catturare altri pesci, ricontrollammo i punti a terra, Pier li memorizzò sul rullino della compatta, i riferimenti c’erano. Tornati alla spiaggia, non era ancora mezzogiorno, trovammo parte degli amici a prendere il sole. Ci corsero in contro e tutti erano felicissimi per la nostra pescata! Inutile dirvi che quel semplice carniere, quasi 5 kg di pesce freschissimo fu la base per una assaggio serale (Sergio preparò il saragone all’acqua pazza, e da buon napoletano compii un capolavoro gastronomico con quel piatto). Il corvo gigante fu messo in frigo e il giorno dopo trovò altri pesci a fargli compagnia. Avevo finalmente rotto il ghiaccio! E la Corsica da quell’indimenticabile vacanza fu teatro di altre, incredibili, avventure.
L’azzardo, il terrore. Partii per militare a fine luglio del 1982, quindi da poco rientrato dall’indimenticabile, prima vacanza in Corsica. La fortuna volle che fui pre congedato con un buon anticipo l’anno successivo, 1983 così a fine giugno, senza pensarci neanche un minuto, raggiunsi il campeggio corso ritrovando la mitica compagnia di amici! Ci eravamo lasciati a malincuore, indimenticabili le grigliate di pesce che quasi tutte le sere spandevano effluvi irresistibili tra tende e roulotte di mezzo camping. E il periodo di fine giugno, prime due settimane di luglio era particolarmente favorevole per le vacanze in Corsica, la temperatura dell’acqua era sui 19/20 gradi centigradi e i pesci erano presenti dappertutto. Dal mio punto di vista stavo migliorando di pescata in pescata e non vi dico quante volte andai al mare ogni volta che ottenevo un permesso dalla caserma. Impressionante come mi tornavano alla mente in sequenza temporale i suggerimenti, gli insegnamenti, le direttive, gli esempi pratici dei miei maestri, i fratelli Bonassi. Quando c’era una situazione in mare che non capivo, che non riuscivo ad affrontare… ecco che spuntava l’indizio, la nota propositiva. La tana vergine delle corvine meritava sempre una visitina, nel primo anno prelevai una trentina di pesci in totale, ho sempre rispettato al massimo quel posto “sacro”, e posso assicurarvi che quando rifeci il primo tuffo a fine giugno 1983 sul quel sito magico trovai pressapoco le condizioni dell’anno precedente. Una gioia per gli occhi, un balzo al cuore. Dopo qualche giorno di vacanza, quasi sempre uscivo insieme a Pier e a Gian, il fatto certo è che i pesci non mancavano mai a tavola. Una mattina Pier mi dice che vuole stare in famiglia, e che non se la sente di accompagnarmi. Ottengo l’autorizzazione a prendere ugualmente la barca ed esco in solitaria. Mi assicuro qualche pesce visitando una serie di tane poi decido di chiudere con un paio di corvi grossi, sicuri. Porto lo scafo in allineamento con le mire, calo l’ancora a una ventina di metri dal ciglietto magico. I tre lastroni, coperti quasi completamente da alga, avevano una superficie di almeno 5/6 metri quadrati, e un’altezza dal fondo piuttosto marcata il che creava ampi spazi sottostanti, caverne con soffitto alto. Al centro esisteva una sorta di camino verticale che comunicava con le cavità. C’erano altre aperture ma oltre quella triangolare sulla destra che faceva filtrare la luce non esistevano passaggi “generosi”. In uso portavo due corti pneumatici, il Cressi Sub SL 55 privo di variatore e l’SL 70 con regolatore di potenza, l’SL 95 era adoperato solo per i tiri all’imboccatura. Mentre mi ventilo leggermente guardo il fondale e apprezzo come d’abitudine uno stuolo di corvine che paiono dare il capogiro con un lento incedere circolare, una moltitudine che pare sempre esagerata. Inizio la discesa, a pochi metri dall’apertura verticale scorgo parte dello sciame di grosse corvine che entra. Mi arresto a lato del ciglio e sparo con il 95 catturando un bel sarago che mi porge il testone sformato. Come d’abitudine lo recupero più rapidamente possibile anche se il colpo secco al libero ha sortito l’effetto di un fuggi fuggi generale. Il bello è che centinaia e centinaia di pesci ora sono tutti rifugiati in tana! Torno su, assicuro lo sparide sotto la boa segna sub e mi preparo per la successiva discesa, questa volta con il 55 e asta terminata con un tre punte. Effettuo il tuffo, arrivo sul camino centrale, conosco a menadito il sito, ormai. Mi calo leggero all’interno, il tratto verticale è profondo circa un metro, un metro e mezzo, non è molto largo ma sono magro e longilineo, riesco a intrufolarmi sfiorando le pareti. Le lunghe pale in plastica delle pinne restano all’esterno, mi servono per trovare la strada a ritroso. Il ticchettio percepito tutt’intorno, di continuo, incessante è incredibile, un concerto live a tutto volume! Scorgo un andirivieni di schienoni scuri, larghi una spanna, qualche corvina mi sfiora la maschera, sono stipate all’inverosimile in quello spacco. Il corto pneumatico è aderente al corpo, giungo sul fondo del foro, una leggera torsione del busto e mi si apre davanti il paradiso. Pensate che ci sono così tanti pesci che non riesco a concentrami su un bersaglio singolo. La luce è poca ma nell’oscurità si individuano le labbrone carnose chiarissime, poi a seguire le sagome bronzee giganti, tantissime. Cerco un pesce sul lato della buca, non è isolato ma almeno non sparo in mezzo al branco. Punto un enorme corvo sulla mia destra che stimo sui tre chilogrammi almeno, lo miro sulla testa e tiro. Il rumore sconquassa la tana ma io come d’abitudine cerco di afferrare immediatamente la generosa sagola di trecciato bianca per recuperare l’asta con il pesce ma l’operazione routinaria compiuta decine e decine di volte subisce un imprevisto. La fiocina non ha fermato immediatamente il pesce, sta sbattendo un po; devo aver ha preso il corvo non benissimo allora d’istinto allungo la mano sino ad afferrare l’asta e istintivamente prolungo la mano per fermarlo, per non farlo sbattere ulteriormente e riesco a immobilizzarlo premendolo contro la volta. Piano piano recupero il pesce ma all’atto di arretrare avverto un intoppo con le lunghe pale. Devo essere sceso troppo in quel budello. Ritento, abbandono il fucile e aiutandomi con entrambe le mani, a carponi, cerco il foro di uscita libero. Le pinne flettono, puntano ma non riesco a trovare l’angolazione corretta. Faccio un altro tentativo, ma nulla da fare, non riesco a indietreggiare. Mi prende il panico, la disperazione, il terrore. Spinto da non so quale santo in cielo provo l’ultima, disperata soluzione, l’azzardo. Tento il tutto per tutto. Mi passa in mente che il lastrone è in comunicazione con un’apertura triangolare posta a circa 4/5 metri di distanza, sulla destra, quella da cui ho sparato ai pesci isolati tante volte. Mi appiattisco e strusciando il ventre sul pavimento avanzo per un po’ con parecchi pesci che mi toccano, che mi lambiscono il viso; supero un gomito e scorgo la lucina al fondo, la finestrella e le corvine che ogni tanto oscurano la visuale. Non mi rendo conto, non so ancora oggi come ho fatto a guadagnare quel miracoloso pertugio, nella quasi oscurità totale, al limite dell’apnea. Alla vista di quell’apertura mi tornano alla mente le parole della mia adorata nonna Ortensia che nei giochi d’infanzia mi diceva: “Se passa la testa in un foro passa tutto il resto”. Detto fatto. Inserisco il capo tra le rocce ruotandolo verso la base, ci transita al pelo; mi giro ancora un pochino, mi stringo più che posso, porto dentro anche le spalle, le spingo a forza, un tentativo davvero disperato. Sento la muta che strappa, cede, le ossa fanno male ma passano, poi segue il busto, il resto. Sono fuori, non so come ma sono uscito. Sgancio immediatamente la cintura di zavorra e riemergo veloce, senza quasi pinneggiare, l’apnea interminabile, lunghissima. Giungo in superficie e dopo la prima, attesissima boccata d’aria che mi penetra sino alla base dei polmoni resto come in trance, non perdo mai conoscenza ma sono come svuotato, senza forze, distrutto di testa. Passo un bel po’ di tempo a galla, sono sdraiato all’insù, pensieri che mi attanagliano, muscoli delle gambe che non tremano più, piano piano riprendo la respirazione lunga e profonda, il ritmo normale cardiaco. Raggiungo la barca, salpo l’ancora e la trascino quasi sulla verticale della tana, nuotando. Mi impongo di ridiscendere, l’unica maniera per scacciare i demoni, la paura, lo spavento, l’angoscia, inquietudine. Mi rendo conto di avere uno squarcio tra la spalla e il dorso, l’acqua mi scivola copiosa sulla schiena, ma non me ne curo. Preparo il tuffo, faccio fatica a rilassarmi per bene, a ossigenarmi. Con l’ancora in mano finalmente mi concentro, riesco a ritrovare un po di equilibrio interiore, di serenità. Compio la capovolta e scendo, ventuno metri che paiono irraggiungibili, lontanissimi. Trovo la cintura dei pesi ad un paio di metri dal buco da cui sono uscito. Vedo le corvine di nuovo tranquille, tantissime, mi spiace quasi aver fatto tutto quel casino, aver scompigliato il loro delicato habitat. Riemergo dopo aver agganciato la cintura, la recupero dalla superficie, mi pare quasi di non aver più fiato, più apnea per ridiscendere. Ma ho ancora da recuperare il fucile. Mi faccio forza, e mi rituffo. Rientro nel camino, per fortuna intercetto il calcio bianco del corto pneumatico che galleggiando è risalito un poco dal tramite circolare, lo riesco ad afferrare senza dovermi intrufolare a fondo. Lo traino a me, l’asta è pulita, l’enorme corvina non c’è più, si deve essere liberata. Mi sto preparando per risalire, poggio la mano per staccarmi dalla lastra quando, improvvisamente, a pochi centimetri, sbuca la testa di un grongo pauroso. Si ritrae in una fenditura orizzontale ma lo spavento che mi prendo è di nuovo enorme…Questa è una giornata da ricordare per sempre, si vede. Le emozioni non finiscono più.
Risalgo e raggiungo la lancia di Pier. Afferro il Cressi 70, controllo che l’arpione sia ben avvitato al terminale, assicuro il cappio del calcio alla sagola del pallone. Preparo bene il tuffo. Sembra incredibile ma scorgo ancora corvine al libero, tantissime. termino la discesa lentamente e faccio un aspetto in prossimità dello spacco. Dopo qualche sbuca il mostro, un testone grigio più grande della mia coscia. Ho la massima inserita, asta da otto, e arpione ad alette corte ma robuste. Lo punto al cervello e premo il grilletto da circa un metro di distanza. La freccia lo ha ucciso all’istante, preso perfettamente! Cerco di dare uno strattone ma faccio troppa fatica. Dopo vari tuffi, finalmente, riesco a estrarlo. E’ impressionante! Dopo il capoccione larghissimo e massiccio esce un tratto del corpo, tiro e sembra non finire, un serpentone più lungo di me! Faccio l’ultima fatica per portarlo dentro la barchetta, non ce la faccio proprio più. Torno al campeggio, sono passate da poco le due del pomeriggio. Arrivo sulla spiaggia e mi butto a carponi. Arriva, Pier, i miei amici, guardano il grongo, gli altri pesci, suppongono che sia stanchissimo per questa pescata ma la realtà è un’altra, un segreto che mi tengo dentro e che rivelerò solo qualche anno più tardi. Un episodio che mi ha segnato per gli anni a venire.
Il magico decennio 1983/1993. Passato il periodo di “apprendistato”, sbagliando e sbagliando, facendo tesoro degli errori e meditando su di essi, piano piano divenni sempre più sicuro di me stesso, e bravino. Le due, tre settimane a cavallo tra giugno e luglio furono per svariati anni quasi un appuntamento fisso, ritrovare gli amici, fornire a loro tanto pesce fresco da mangiare, divertirsi da matti a immergersi in quelle acque straordinarie. Dopo le corvine che in un certo senso mi avevano “fatto crescere” una specie animale che conquistò per sempre il mio essere, il mio cuore furono i dentici. La Corsica era ricchissima di questi spettacolari predatori: ho imparato in queste acqua a pescarli, a capire. Ricordo il primo grosso dentice che persi per inesperienza, cercai di trattenerlo a tutti i costi fino a che si strappò l’arpione dalle carni e si liberò. Il giorno dopo lo ritrovò l’amico Luca dentro una tana, pesava oltre 4 kg. Il secondo era un bell’animale di oltre 5 kg, lo presi basso, lo persi, ma lo ritrovai stecchito sull’alga a diverse centinaia di metri quando ormai avevo perso ogni speranza. Poi ci fu il pescione, un grosso dentice che non riuscii a sparare a fine apnea: tornai l’anno successivo, stesso punto, primo aspetto e arrivò di muso una creatura di oltre 8 kg. La fulminai con un Asso 115 privo di variatore asta tahitiana da 8 mm con doppia aletta fatta a mano. E che dire di cinquantaquattro bei dentici inanellati in meno di tre settimane? Insomma il divertimento fu davvero infinito. L’esperienza della Grecia non mi fece assolutamente dimenticare l’isola francese, anzi: mi servì tantissimo per frequentarla proficuamente appena possibile in altri periodi stagionali.
La Corsica invernale è un ambiente che mi ha regalato avventure altrettanto indimenticabili. Innanzitutto per il contrasto spettacolare tra montagne e mare, unico! Il periplo del “dito”, mese di gennaio, partendo da Bastia con un tempo da lupi bestiale, una tempesta di vento, pioggia, poi nebbia o forse nuvole che avvolsero la strada, non incontrare una sola macchina, un essere umano, e arrivare a Marina di Barcaggio abbastanza provati. Cambiarsi d’abito in un pollaio, scendere in acque agitate e dopo mezz’oretta tornare su con una spigola di oltre 5 chili. Non c’è soddisfazione più grande! E che dire del golfo di Porto? Un altro posto da sogno! D’inverno la strada interna che porta a questa meta è ricoperta di neve e ghiaccio, una meraviglia, e quasi nessuno in giro. Qui ho catturato diversi pesci S.Pietro, forse uno dei pesci con le carni più raffinate che esistano, poi grandi orate, e molti branzini. E in un Capodanno freddissimo in compagnia della mia fidanzata Lucia, santa donna, uscimmo a pesca insieme con il gommoncino, tutto bianco di brina, faceva così freddo fuori che in mare sembrava di stare in “sauna”. Quella mattinata gelida feci due tiri, due cinquine, dieci grossi cefali in totale, due catture incredibili, una al libero, una in tana; come fare a scordarselo? Sempre con Lucia, in Corsica, ho vissuto due altri due episodi da ricordare. Nel 92, anno in cui ci conoscemmo la portai al campeggio Morsetta, ai primi di luglio. Feci l’egoista maschilista e gli dissi che a me piaceva la pesca da matti, l’avrei portata in acqua per vedere cosa facevo, e mai avrei rinunciato ad immergermi. Se voleva seguirmi la porta era aperta, ma così, nessun compromesso. Feci una discreta figura, presi un bel dentice e due borse di pesce bianco ma poi la sera, in doccia, stremato, mi trovò seduto per terra, mezzo andato, quasi svenuto. Per finire sempre quel giorno di recupero dal piatto doccia nel tentativo di allontanare le mucche allo stato brado che si aggiravano in campeggio tirai un sasso e ruppi un finestrino della macchina…Meglio sorvolare. Ma una bellissima storia, incredibile, avvenne nei pressi dell’antemurale di Bastia, a febbraio, insieme. Un week end lungo, a pesca, credo fosse il 1994. Mi immersi con il nuovo pneumatico 110, in un punto, sulla sabbia, al tramonto; mi arrivarono a tiro delle ricciole di peso discreto, un bel branco, sparai a un esemplare e ne trovai sull’asta e sul nylon tre. La stessa e identica situazione capitò nei due giorni successivi. Stesso punto, aspetto, branco, tripletta, da non credere! In definitiva nove ricciole in tre giorni! Feci felicissima mia suocera perché nella mia Opel station vagon avevo un congelatore che era sempre pieno di pesce al nostro ritorno. La Corsica mi permise quindi di conquistare Lucia che divenne mia moglie, e sua mamma!
