Ricordi di Grecia 1986/1994
Ripropongo il capitolo conclusivo della Grecia, che come per la Corsica rappresenta per il sottoscritto un’esperienza formativa, di vita e sportiva, incredibile, unica. Otto, meravigliosi anni in cui ho soggiornato nell’arcipelago ellenico più volte durante l’anno, senza dimenticare mai i quasi sei mesi continuativi trascorsi del 1986 con il mio amico Luca. Esattamente 39 anni orsono ero giovane e aitante come può esserlo un ragazzo di 23 anni appassionato di avventure di pesca subacquea. Ho accennato al Viaggio (appositamente con la V maiuscola) che feci a inizio estate 1986. Sorrido al pensiero che in quell’epoca il diploma appena preso mi permetteva di scegliere qualsiasi ospedale in cui essere assunto a tempo indeterminato, erano davvero altri tempi, altre realtà rispetto ad oggi! Infatti non mi sono preoccupato di cercare occupazione, ero desideroso di “staccare la spina per un po” e quando ho letto il giudizio scolastico positivo ho chiamato immediatamente l’amico milanese che avevo conosciuto nel campeggio corso qualche estate prima. Organizzammo la “spedizione” in pochi giorni, i preparativi non furono ultra meticolosi e infatti la fortuna ci arrise. Il mezzo automobilistico era il mio, una utilitaria Fiat Uno ES (Energy Saving), una vettura abbastanza parsimoniosa nella gestione, nel complesso. Con la panchetta posteriore reclinata il volume di carico mi permise di stipare: il Mirage 3.10 mt, un gommoncino smontabile, struttura pneumatica e pagliolato in legno separabili, riposti in sacche di tessuto; il motore fuoribordo due tempi Jhonson 15 HP (regalato dalla mia mitica nonna Ortensia) con serbatoio; borsa di attrezzatura subacquea, sacca di fucili con aste di ricambio; valigetta con vestiario; un sacchetto con alimenti e bevande. A fine giugno 1986, all’alba, suonai il citofono dell’appartamento di Luca, a Milano. Caricammo nel bagagliaio altri due borsoni. Poi, finalmente, incominciammo l’avventura, un’avventura eccezionale.
Un viaggio epico.
L’obbiettivo era quello di passare per l’interno della Jugoslavia, il mio amico aveva affrontato un percorso analogo con i suoi genitori, in roulotte, qualche anno prima. Io invece non ero mai stato in quel paese e mentre ci dirigevamo in autostrada verso Trieste consultammo la cartina geografica per pianificare le strade da percorrere. La frontiera che passammo per prima era quella di Sežana. Un tratto di statale poi l’autostrada in direzione di Ljubljana. Seguimmo i cartelli stradali per Zagreb ma poco prima ci fermammo in sosta per un brutto incidente, sotto una pioggia incessante. Ne approfittammo per fare cambio alla guida, così da riposare. L’autostrada non era continuativa, all’epoca era in costruzione, e a ogni regione dovevamo presentare i passaporti. Arrivammo alla frontiera Croatia/Serbia, poco prima di Slavonski Brod. Da qui a Beograd, tardo pomeriggio. Un’altra tranche di oltre 200 km e passiamo la cittadina di Niṧ, erano le 20, sera. Cercammo di fermarci solo per effettuare rifornimento di carburante, e raggiungere il prima possibile la Grecia. Prossima tappa Skopje, Macedonia, quasi alle 24 la passiamo, e ri inizia l’autostrada. E’ notte, ma non siamo molto lontani dalla frontiera ellenica. Passo io a guidare, Luca si addormenta. Verso le 3 del mattino arriviamo a Gevgelija, confine Jugoslavia/Grecia, ultimo posto di frontiera. Ce l’abbiamo fatta! Percorsi da Torino quasi 1900 km, in un’unica tirata! Proseguiamo per qualche decina di chilometri, c’è un’area di sosta, ci fermiamo. e anch’io mi appoggio al finestrino con la testa sulla felpa, e mi addormento, sfinito. La mattina ci sveglia la luce forte, i belati di un branco di capre che passa vicino alla vettura. Ce la prendiamo con comodo, arriviamo ad Atene, poi al Pireo, il porto. Curiosità? Da questo punto a quasi tutte le ore partiva un traghetto, destinazione arcipelaghi come le Cicladi, il Dodecaneso, le Sporadi, e isole maggiori. Non avevamo obiettivi specifici, ci guidavano le cartine dell’Ammiragliato Britannico che riportavano con buon dettaglio i fondali di tutte le isole della Grecia, e su cui sognavamo…
Un allucinante viaggio di ritorno. Non ho mai parlato di un viaggio di ritorno che definire epico e massacrante è riduttivo. Ho raggiunto più volte la Grecia intraprendendo il viaggio di andata/ritorno attraverso la Jugoslavia ma un anno, credo sia stato il 1991, a ottobre, nel tentativo di riprendere il percorso conosciuto mi trovai in solitaria in una storia più grande di me. Ero stato a pesca in alcune isole del nord Egeo, passai tre settimane bellissime ma il periodo di ferie si stava esaurendo e avrei dovuto riprendere il servizio ospedaliero alcuni giorni dopo. Giunsi a Thessaloníki di prima mattina, da poco era passata l’alba, presi la circonvallazione per dirigermi verso il valico di frontiera di Gevgelija. Ma dopo alcuni centinaia di metri scorgo una fila di camion fermi, una coda lunghissima, circa 90 km. Mi avvicino ad un autoarticolato targato VE, la cabina dall’autista si apre e chiedo al cortese signore come mai sono tutti fermi. L’autista, gentilissimo, mi dice che stanno scoppiando disordini in Jugoslavia, c’è un po di caos e che la frontiera è lentissima da attraversare per via di controlli. Che fare? Mi chiede dove devo andare ed io gli dico: “ritornare a casa, a Torino”. Il suggerimento immediato è quello di raggiungere la costa adriatica e percorrerla sino a Trieste, dovrebbe essere libera. Lo ascolto, lo ringrazio ma mi assale la paura. E se non mi fanno passare? La strada come sarà? Come faccio a tornare al lavoro?
Faccio inversione e con cartina alla mano mi dirigo verso la Macedonia, con il pensiero di fare più in fretta possibile, per tornare a casa. Calco il piede sull’accelleratore della mia furgonetta Kadett Van 1.7 D SYNAGRYDA in direzione di Odessa, passo la prima frontiera senza problemi, per fortuna, in direzione Bitola. Appare tutto tranquillo, mi rassicuro e cerco di mantenere una media di andatura il più elevata possibile. Raggiungo la cittadina di Ohrid, a lato di un grande lago, tanta acqua dolce, finalmente! La costeggio per qualche chilometro e poi arrivo alla frontiera macedone con l’Albania, Cafa San. Qui ci metto un po più di tempo, controllano i documenti, osservano la vettura, e quando spiego che devo tornare in Italia un poliziotto mi indica la strada da fare. Poco a sud mi dice che incontrerò una strada a percorrenza migliore che mi porta a Tirana. Faccio il pieno ad un distributore e riprendo il percorso. Sono in viaggio da qualche ora, è quasi mezzogiorno. Mi fermo vicino a una fontana, ci sono alte montagne qui, mi sgranchisco le articolazioni, riempo la mia tanica termica da 5 litri e prendo una boccata d’aria fresca. Incrocio il bivio e imbocco una specie di autostrada che taglia il paese. Il paesaggio è bellissimo, ma io sono ultra concentrato e l’obiettivo è attraversare anche il Montenegro per arrivare a sera nei pressi di Dubrovnik, sulla costa. Dopo qualche ora passo la cittadina di Skutari e dopo un po giungo nuovamente sui bordi un grande lago e a nord trovo la frontiera tra Albania e Montenegro, Dazie e Drume; riesco a passarla senza intoppi e prendo la strada per Titograd. E’ pomeriggio, guardando la cartina, faccio due calcoli al volo e ipotizzo che entro sera dovrei raggiungere la costa croata. Speriamo bene… Il Montenegro è altrettanto affascinante come paesaggio, assai montuoso in questa parte ma noto ai bordi della strada manipoli di militari, camion e alcuni carretti trainati da buoi carichi di vettovaglie. Una situazione strana. Non entro a Titograd e vedo una specie di “autostrada” che punta verso sud, verso la costa. La imbocco e dopo qualche chilometro termina, si restringe. A Cetinje, ai piedi di una montagna, la via si interrompe. In mezzo alla strada c’è un gruppo di persone, una fila: chi a piedi chi su carri strapieni di vettovaglie, valigie, di tutto. Sono fermo ad un semaforo. Mi affianca un carretto trainato da un bue, stracarico all’inverosimile. Due bambini saltano direttamente sul cofano della mia auto, un terzo cerca di infilare la mano nell’abitacolo tra il vetro leggermente abbassato. Sono stanco e spaventato. D’istinto pigio il clacson, e accelerando mi sposto di qualche metro in avanti. Il ragazzino sul cofano cade, quello vicino lo segue. Preso dal panico passo con il rosso e non mi volto indietro. Dallo specchietto di sinistra vedo che si rialzano, non si sono fatti nulla ma sono letteralmente terrorizzato. La strada imboccata va verso una montagna, non c’è galleria e così inizio a fare tornanti su tornanti. Arrivato in cima si riscende con altre curve strette, come su un cono. Scorgo di tanto in tanto delle specie di fortificazioni semi celate dalla vegetazione, da gallerie, con militari. Tanti uomini in divisa, armati ma per mia fortuna non subisco altri rallentamenti e guardandomi sempre attorno ridiscendo a quota collinare. Noto un distributore di carburante al termine della strada, sulla mia sinistra un prato verde immenso che fa di contorno. Mi fermo per fare gasolio e l’addetto mentre inserisce la pistola dentro il bocchettone del serbatoio si comporta in modo strano. Guardo il display e vedo la quota da pagare che gira molto più veloce di quella di litri erogati, molto più rapida. Chiedo spiegazioni ma non ottengo risposta. In lontananza vedo una macchina blu scuro con lampeggianti e gli urlo: “police police”. Il tizio si volta, abbandona la pistola e inizia a correre abbandonando il posto. Incredibile! Il gasolio fuoriesce dal serbatoio e bagna l’asfalto. Faccio in tempo a ricuperarla, rimetterla a posto e chiudere il bocchettone. Salto in macchina con le mani, i vestiti bagnati di carburante, una puzza terribile, parto a razzo e per mia fortuna non mi segue nessuno. Dopo qualche chilometro mi fermo a lato strada ancora con il batticuore e con un pezzo di straccio pulisco le mani, il volante alla bene meglio. Sono letteralmente a pezzi. faccio ancora qualche chilometro e arrivo in vista del mare. Non posso crederci. La frontiera con la Croazia la scorgo in lontananza, ho appena passato l’abitato di Herceg Novi. Spero non ci siano problemi. Mi fermo all’alt, un militare mi squadra per benino, non è che sia messo molto bene d’aspetto… Guarda la foto del passaporto poi mostra il documento ad un altro commilitone, forse il comandante. Mi chiede da dove arrivo, gli dico semplicemente: “Greece”, this morning”. I due si guardano, mi restituisco il passaporto e aprono la sbarra. Non mi sembra vero. La prima piazzola che trovo mi fermo, sono quasi in riva ad una spiaggia; mi cambio d’abiti, chiudo le porte con la sicura, mi sdraio di traverso sui sedili e crollo, letteralmente sfinito.
La mattina presto mi sveglio alla luce, riprendo a guidare e in pochi minuti giungo a Dubrovnik. Faccio una colazione esagerata, sul serio, tanto che il barista mi guarda con un po di curiosità. Una volta rifocillato chiedo se sanno qualcosa della situazione Jugoslavia e mi sento dire: “big problem”. Vado in macchina a prendere la cartina geografica, la apro su un tavolo, la mostro e chiedo se la strada litoranea è tranquilla transitare senza pericoli. Ottengo risposta positiva. Riparto riposato e nel primo pomeriggio sono in Italia. sano, e salvo. Un viaggio bestiale, che non dimenticherò mai più.
Storie di pesca subacquea.
E ora qualche storia, avventure di pesca selezionate tra le centinaia che ho vissuto in quegli anni, episodi che hanno costituito per il sottoscritto una valanga di emozioni intensissime, e per certi versi inattese. La Grecia di fine anni 80, inizio anni 90 è stato un luogo speciale, al pari della Corsica ma con risvolti emotivi forse maggiori frutto di un’esperienza leggermente più matura e consapevole.
Santorini, la misteriosa, la bellissima.
Santorini. La visitai con il mio amico Luca, la prima volta, nell’estate 1986, ben 39 anni fa. Il colpo d’occhio dal traghetto che si avvicinava all’alta falesia rocciosa è stato davvero indimenticabile. Il mare blu cobalto e profondissimo contrasta con la parete verticale stratificata orizzontalmente in diversi colori che testimoniano le ere geologiche. E in cima una cittadina, Ancient Thíra, costituita da tante casette bianche disposte a terrazza sull’orlo, sul baratro, sul precipizio! Santorini è un’isola che emoziona profondamente, straordinaria. I panorami, la scenografia dei luoghi, la vista del cono vulcanico a centro baia, nisos Néa Kamméni, i colori del sole sui tetti blu, sui mulini a vento, i contrasti regalano scorci paesaggistici incredibilmente belli. E la sera, a un tavolino di una taverna tipica ci godemmo un tramonto memorabile, il calasole sulla cosiddetta Caldera, il cono del vulcano attivo a centro baia. Santorini si rivelò ben presto un hot spot particolare. Nella nostra ricerca quotidiana trovammo soprattutto franate abissali, posti assai impegnativi. In vari punti dell’isola c’erano punte e capi che precipitavano a quote proibitive a pochi decine di metri da riva. E dalla lettura della carta nautica tutta la parte interna al “cratere”, quella più affascinante, presentava batimetrie elevatissime. E fu qui che sperimentammo per la prima volta la “zavorra mobile” cioè la cintura in vita sagolata al pallone segna sub e abbandonata a fondo. Facemmo anche puntate su tutto la costa sud, molto più bassa e regolare ma l’emozione di immergersi dentro la “Caldera”, nel blu notte dell’Egeo, non aveva prezzo.
La secca dei miracoli. A Santorini avemmo la fortuna di tenere il nostro gommoncino legato ad una banchina di legno, davanti ad una taverna. Quando tornavamo la sera regalavamo il pesce al titolare, in cambio ricevevamo cenette, degustazioni di prodotti tipici e una casetta per il riposo notturno. Baratto, insomma. Dopo qualche giorno fummo avvicinati dal figlio del gestore, un pescatore con le reti. Ci prese da parte e ci disse che se continuavamo a portare il pesce in taverna ci avrebbe indicato una secca non segnata sulla mappa, una risalita mitica che aveva trovato per caso agganciandola con la rete caduta fuori bordo. Accettammo dopo un rapido consulto. Il signore tornò con un foglio di carta e ci mostrò dei segni, dei rilevamenti a terra. Gli consegnammo la carta nautica dettagliata dell’Ammirato Britannico, cercavamo insieme dei riferimenti topografici un po più precisi ma non c’erano, solo quote abissali. Il sommo che ci decantava entusiasta il kirios greco era localizzato a qualche centinaio di metri dalla parete interna della Caldera, la nostra mappa segnava batimetrie a tripla cifra in quell’area! Non ci perdemmo d’animo, anzi, e dalla mattina presto compimmo una serie di passaggi a paperino lungo, medio, corto. Ma la ricerca non diede esito. Niente di niente. Non trovammo nessuna secca, nessuna rimonta, solo blu intenso, mare profondissimo sotto la spettacolare parete sovrastata dalle abitazioni bianche e blu. La sera ci confrontammo nuovamente con il signore, gli mostrammo il percorso fatto, dove eravamo stati. Non disponevamo di ecoscandaglio, di GPS, a quei tempi, come trovare un ago nel pagliaio… Il pescatore insistette e disse che ci eravamo passati sopra, di sicuro! Dovevamo allineare bene le mire a terra, ce le rimostrò sul pezzo di carta, con insistenza. La secca era posta parallela alla costa, qualche centinaio di metri fuori, non era grande, una striscia sottile di roccia, corta, che rimontava nel punti di massima altezza intorno alle 12/13 braccia – non di più- ci confermò, incoraggiandoci. La voglia di trovare questo nuovo hot spot era enorme, un assillo continuo. Il giorno seguente ci staccammo dal porticciolo ai primi bagliori di luce. Giungemmo al cospetto dell’agognata parete. Una mira era rappresentata da una roccia che di profilo tagliava un tratto di costa di colore chiaro, l’altra si otteneva allineando un pinnacolo lavico e uno spuntone dietro. Con pazienza puntammo la prua del gommone verso il largo e cercammo di osservare bene le mire. Io in mare al traino, Luca che guidava. Compimmo qualche giro, un va e vieni cauto, ponderato. E intanto passavano nuovamente ore che parevano tempo sprecato. Chiesi all’amico di traguardare nuovamente i rilevamenti sul foglio e di portarmi verso l’ipotetico punto d’intersezione. Avevo gli occhi persi nel blu, nell’indaco, negli abissi più imperscrutabili ma dopo aver alzato il capo per trovare i segnali a terra ricacciai testardamente la testa sott’acqua. Dopo una cinquantina di metri mi parve di notare, improvvisamente, qualcosa, una differenza appena accennata di tinte. Miraggio, allucinazioni? Dissi a Luca di arrestare il motore, lasciai il traino. Preparai il tuffo con un velo d’ansia e mi immersi. Poco oltre il gommoncino individuai ciò che pareva una risalita, una striscetta chiara, si si proprio un accenno di roccia in emersione! Riemersi cacciando un urlo dalla gioia, l’avevamo trovata, finalmente! Esiste la secca dei miracoli! Procedemmo a seguirla nel chiaroscuro e dopo una breve pinneggiata scorgemmo ciò che pareva un sommo. Il cappello era poco sotto i 20 metri, si trattava di una lama di pietra biancastra. Scorsi poco più avanti una spaccatura larga o meglio una sorta di canyon, profondo, ricoperto da una nuvola nera e foltissima di mangianza. Più in fuori, sui lati, da una parte all’altra della sottile schiena l’abisso blu notte della Caldera. Calai a vista l’ancora sul fondo, centrai le marre dentro un buco. Mi feci passare il Cressi SL 95 con asta tahitiana da 7 mm, dall’amico. Luca scese in acqua poco dopo. Una preparazione accurata ed effettuai il primo tuffo di pesca. Corrente leggera ma non incidente. A prima vista pareva di essere finito sulla luna per la visione di una morfologia subacquea caratterizzata da una moltitudine di crateri. Trovai una scalettatura a lato del cuneo che precipitava a centinaia e centinaia di metri tutt’intorno. Dopo alcuni secondi fui avvolto dalle castagnole ma nell’angolo che si aprì sulla mia destra, dal basso, scorsi l’avvicinamento di tantissimi pesci azzurri e rosa, un branco foltissimo di denticioni. Il primo tiro fu fortunato. Riuscii a fulminare un pescione di circa otto chili. Il secondo cadde trafitto pochi minuti dopo, peso analogo, e recupero non impegnativo: l’asta tahitiana da 7 mm quando arrivava secca quasi “stordiva” il pesce, una goduria. Nel terzo tuffo cambiai appostamento, non troppo lontano, e un ultimo esemplare poco sopra i sei chili finì a pagliolo. Divertimento assurdo! Luca intanto mi disse che mentre mi intravedeva poggiato all’aspetto aveva visto un pesce spada passare poco sotto la superficie! La rimonta a quote apneistiche pescabili sarà stata all’incirca un centinaio di metri, ma il bello doveva ancora arrivare… Avevamo un’eccitazione addosso che è impossibile da raccontare senza sentire il batticuore. I dentici, il pesce spada, una mangianza nutrita: mammamia che posto! Il Mirage 3.10 era sempre lì, non si era spostato, marcava la posizione. Ma bastava spostarci di una decina di metri che perdevamo la visione della secca, ripiombavamo nel nero della profondità abissale. Incredibile. Ritornammo indietro e ritrovammo il ciglio. Quasi netto, un orletto biancastro nel blu tutt’intorno. Facemmo un paio di voli di planata e sul lato nord quello un pò più movimentato come geometria rocciosa, fronte corrente avvistammo una famiglia di cernioni, quasi tutti disposti in verticale, in candela, ne contammo una quindicina, almeno! Sembravano tranquilli, c’erano anche dotti di dimensioni paurose. Mi prese l’ingordigia. Scesi con l’SL 95 questa volta montato con asta da 9 mm, inquadrai un serranide corpulento, sparai. Trafitto in mezzo agli occhi, stecchito, diventò bianco. Ma la botta creò scompiglio, un terremoto, percepii una serie di forti scodate, vidi le cernie fuggire ma non nascondersi del tutto. Mentre recupero il pesce le rivedo. Qui non deve mai essere stato un pescatore in apnea, mai uno, sicuramente. Una moltitudine di serranidi continuavano a fare capolino dappertutto! Luca scese impugnando l’SL 85, lo vidi calarsi a foglia morta, allungare il braccio e…tump. Prese un cernia di oltre 24 chili, fulminandola. Che giornata pazzesca, da andare fuori di testa! La sera, al ritorno, con il gommoncino strapieno ci accolse il pescatore greco. Vedendoci tornare con tutto quel ben di dio non stava più nella pelle, e festeggiammo alla grande. Resta l’amarcord di un posto vergine, paradisiaco, un sommo da brividi. Un ricordo inciso nella memoria storica, indelebile.
Mikonos, la sciantosa, la turistica. La Grecia nei mesi di settembre, ottobre era tutto un’altro vivere rispetto ai mesi prettamente estivi. Assai meno ventosa, il Meltemi era raro soffiasse forte come in luglio e agosto, i prezzi ancora più abbordabili. Avevo appena conosciuto una ragazza, Lucia, ora mia moglie, e dopo qualche settimana a peregrinare tra alcune incantevoli isolette delle Cicladi facemmo tappa a Mikonos. Conosciuta già trent’anni fa come località turistica vivacissima, da movida. Verso l’autunno calavano i visitatori, gli eventi mondani ma restava una disponibilità alta di posti letto, di stanze da affittare. In mare poco traffico nautico, il pesce come mi era capitato nei posti a vocazione turistica a Ios, a Milos, presente in quantità, a quote operative in percentuale meno impegnative. Un gran divertimento per chi intendeva pescare in apnea. E qui mi capitò a fine settembre una giornata memorabile, un evento che ancora oggi rammento con grande pathos. Non mi dilungherò poichè l’avventura è stata raccontata nell’Amarcord recente, ma effettuare due catture strepitose una il mattino una al tramonto, partendo dalla spiaggia, da terra è stata un’esperienza sportiva incredibile. Per un errore organizzativo ci recammo a pesca con un solo fucile subacqueo, un SL 85 Cressi Sub ottenuto tramite lavorazione artigianale ed equipaggiato in modo particolare vale a dire asta filettata in acciaio armonico zincato da 9 mm, arpioncino a doppia aletta corta con cuspide in carburo di tungsteno. E anche il calamento non era il massimo come idrodinamicità visto che consisteva in qualche metro di trecciato elicoidale da 2.5 mm impiegato per carichi pesanti, sugli skilift (la sciovia montana). Dopo un allontamento a pinne l’aspetto al cospetto di un curioso pinnacolo roccioso. In lontananza un monolite simile e dopo pochi istanti la palla di mangianza mi avvisò della presenza inaspettata di un enorme ricciola. Il pelagico mi puntò, arrivò dritto come un fuso sulla volata del mio corto e inadatto mezzo d’offesa, vicinissimo. Tentai il colpaccio, il dardo la centrò nell’orbita oculare destra e penetrò nel testone gigante fulminandola. Mi rovinò addosso nell’abbrivio, io restai impietrito e solo allora capii cosa avevo preso, un autentico mostro! Il ritorno con boa a seguito e ricciolone di oltre cinquanta chilogrammi impegnò tutte le risorse fisiche ma la felicità di quella uscita in mare restò incisa per sempre.
La sera, al tramonto, mi trovai nello stesso posto, poco più in fuori al capo e con un fucile lungo, l’arbalete autocostruito Slaks 115. L’asta era una tahitiana da 7 mm con doppia aletta contrapposta. Si trattava più che altro di un giretto, di un bagnetto serale e portarmi appresso un’arma appositamente da aspetto mi confortava. Dall’alto individuai una bella franata con alcuni grossi massi nei pressi del fondale. Mangianza presente e appena raggiunsi il nascondiglio scelto dalla superficie e focalizzato meglio negli ultimi metri di discesa mi piazzai cercando di tenere occultato il più possibile l’ingombrante strumento di offesa. Non passò molto tempo e il bellissimo branco di denticioni iniziò il carosello che mi fece emozionare. Tutti pesci di stazza considerevole finchè mi concentrai su un bell’animale e decisi di sparare. Il dardo lo colpì basso forse per un mio ritardo o forse per una stima errata di distanza fatto sta che il dentice cercò immediatamente rifugio tra le lastre. Trovò spazio in una bassa fessura e incredibilmente si portò dentro tutti i 160 centimetri di ferro zincato che lo avevano trafitto. La lastrina da cui usciva un po di polverino era in lieve salita rispetto al pianoro e mai e poi mai uno poteva immaginare che un pesce di grosse dimensioni si fosse infilato lì dentro. In una serie di tuffi successivi esplorai per l’intero perimetro la pietra finchè mi accorsi che da un’apertura fuoriusciva della sospensione. Infilai la mano dentro e con enorme soddisfazione toccai la testa del dentice che per risposta con scodate potenti fece rimbombare fragorosamente la tana e intorbidire l’acqua. Disponevo del mio stiletto appuntito e dopo un paio di tentativi prima con una mano poi con tutte e due riuscii a terminarlo definitivamente. Lo recuperai da dove era entrato. Mi aiutai con il fusto dello Slaks, dal buco superiore lo spinsi e dall’altro tiravo il nylon. Quando finalmente potei stringerlo tra le mani mi resi conto del peso, un denticione intorno ai 9 kg.
Che dire: quando la sera mi coricai feci fatica ad addormentarmi, troppe emozioni vissute in una giornata di mare capace di regalarmi due singole catture da cardiopalma.
Ios, l’isola stregata e il dotto gigante.
Non ho mai accennato alla perdita di pesci, devo ammettere che grazie a soluzioni tecniche personalizzate mi ritengo fortunato perchè le catture importanti sono andate a segno in percentuale altissima. Ma c’è un episodio che mi brucia ancora, che mi corrode le coronarie di tanto in tanto, e che non ho mai dimenticato pur avendolo vissuto quasi quarant’anni fa. Mi trovavo a Ios, isola meravigliosa ma per noi pescatori subacquei piuttosto ostica soprattutto per mancanza di rifornimenti di carburante stabili, fine estate 1986. Ero riuscito a prendere un dotto spaventoso, mio record personale, circa 11 chilogrammi, un pesce predatore straordinario. Ero appostato tra massi di una frana nel blu dell’Egeo quando mi è comparso all’improvviso, a lato di un pietrone, scuro di livrea e con mandibola prominente, lunghissimo, alto, meraviglioso. Sparai quasi d’istinto con un pneumatico SL 95 e lo presi bene forse spezzandogli la spina dorsale, recuperandolo mentre risalivo da una postazione in corrente tra la mangianza che mi teneva compagnia. Mai visto prima una sberla di siffatte dimensioni corporali, steso sul pagliolato del Mirage faceva impressione. Lo mangiammo una sera cucinato da un cuoco torinese e fu un’esperienza celestiale, buonissimo. Ma qualche sera dopo ci trovammo con Luca in una zona simile, nuovamente. C’erano dei bei branchi di dentici e la speranza era di prenderne almeno uno per far contenti gli amici che avevamo conosciuto a Ios era alta. Preparai per bene il tuffo, c’era un tramonto rosso fuoco e la visibilità ancora discreta anche in profondità. Discesi e terminai la posta in mezzo ai macigni di una frana che scendeva negli abissi. Le castagnole mi copersero e la loro tranquillità indicava che forse non c’erano predatori nei paraggi. Ma era una situazione in divenire. Ad un tratto si aprì, per poi scartare. Ruotai appena il capo, e il pneumatico a sinistra dove mi parve di osservare una macchia che si stagliava a qualche metro dalla frana, affacciata nel vuoto. Quando misi a fuoco il pesce che era semi nascosto in un cono d’ombra restai di stucco, basito, incredulo: davanti a me un dotto sontuoso, più grande di quello messo a paiolo qualche giorno prima. Ma stava lontano, nessuna intenzione di approcciare, e ne individuaialtri nettamente più piccoli, di contorno. Mentre ero concentrato sul bersaglio tento di scivolare più all’interno della frana, tra a me me spero di incuriosirlo. Gli occhi sul bestione ma un sesto senso spezza l’aspetto, come una visione inaspettata. Sotto la mia posizione percepisco un movimento e per un attimo intercetto in uscita da un masso un secondo dotto gigante, spaventoso, immenso, stimato oltre i 13/14 chilogrammi. Il tiro parte senza quasi mirare, d’imbracciata, in caduta. Un flash. Sento il tondino metallico che impatta sul muso. Troppo avanti, troppa fretta, troppa ingordigia. Ma è l’attimo fuggente. Il pesce reagisce rabbiosamente, è incontenibile nella reazione di fuga, scorgo la tahitiana da oltre un metro che pare nettamente più corta del dotto, sbandiera e si flette come un fuscello. Il tempo di prendere il filo in mano e osservare il predone che torna in frana strappandosi le carni, parte della mandibola, combattimento impossibile, volto definitivamente al termine. Resto di sasso, svuotato. Riemergo e non posso credere di aver fatto un incontro del genere sprecando malamente l’occasione. Se solo il colpo fosse finito dieci centimetri più indietro magari non l’avrei perso. Ma con i se e con i ma non si va da nessuna parte. Resta un incontro unico, nel peregrinare tra le isole, un dotto di quelle dimensioni ciclopiche mai più visto, mai più incontrato. Un sogno…
