EP. 20 – I branzini invernali anni 90

L’inverno è sempre stata una stagione amata dal sottoscritto anche perché in Liguria, in Francia, in Corsica la preda più ambita del periodo, il branzino, le loup de mer, era una costante. Diciamo che in gioventù la passione non teneva conto di freddo, gelo, mare grosso, ogni occasione era buona per farsi un tuffo; tra l’altro le condizioni ideali per trovare e cacciare la regina, la specie ittica predatrice che a tavola i miei parenti non vedevano l’ora di vedere comparire al mio ritorno! E le mete poc’anzi annunciate erano i posti abituali da raggiungere nei week end, nei periodi di ferie che riuscivo a racimolare e farmi dare dalla caposala del reparto ospedaliero in cui lavoravo. La Liguria di Ponente era facilmente raggiungibile, l’unico problema era trovare sempre le condizioni meteo marine buone quando a esempio mi recavo il fine settimana a pescare. I miei avevano un alloggetto nel Savonese, un’ottima base d’appoggio e da qui in caso di mare colore nocciola mi spostavo verso il territorio di confine con la Francia, o lungo la Costa azzurra, direttamente. Ma l’opzione più desiderata era quella di reperire qualche giorno libero in più per partire con il traghetto da Savona, porto di Vado, direzione Corsica. L’isola mediterranea non era meta agognata solo in estate! Nella stagione invernale non c’era praticamente nessuno e in tanti posti si poteva pescare con grande divertimento. Dopo averla visitata le prime volte nella brutta stagione organizzai viaggi sempre più frequenti e con cadenza spesso mensile e concentrata tra i mesi di dicembre e febbraio. In questo amarcord la mente corre dietro tre particolari episodi che ancora oggi ricordo con grande soddisfazione.

  1. Il primo l’ho già raccontato in un precedente amarcord ma è così singolare che lo ripropongo volentieri. Nelle mie peregrinazioni invernali liguri capitava, in qualche occasione che nonostante le telefonate preventive a conoscenti locali, avevo come referente un giornalaio sulla passeggiata a mare per le informazioni dirette meteo marine sul posto, trovassi condizioni letteralmente impraticabili. Cioè acqua torbidissima, sospensione impenetrabile alla vista. Era sufficiente che la notte precedente il mio arrivo girasse il vento, la corrente, o la scaduta di mare non fosse terminata che una volta giunto a destinazione osservassi a diverse centinaia di metri dalla riva una striscia desolante color caffellatte. Che fare? Per non perdere l’intero fine settimana spesso mi spostavo verso l’Imperiese, il confine francese. Santo Stefano a Mare, San Remo, Bordighera, Vallecrosia, La Mortola offrivano buone chance e a volte acqua nettamente più pulita rispetto il Savonese. Un giorno di questi arrivo lungo l’Aurelia, do un’occhiata al mare grigiastro e constato che la visibilità dovrebbe essere al limite, ma fattibile per un tuffetto al volo. Detto fatto parcheggio la mia Opel Kadett Van nei pressi di un parcheggio, mi vesto al riparo del “furgoncino” e da un moletto entro in mare. Batto il posto rivolto verso la distesa di ciottolato, la sospensione è lattescente, noto la presenza di acqua dolce che arriva da una delle serre terrazzate visibili sulla collina. Mentre l’SL è orientato nella nebbiolina ecco arrivare dal bagnasciuga due grossi branzini. Sono appostato in circa un metro d’acqua. Mi concentro su un esemplare, premo il grilletto a breve distanza dal testone, gli tiro di muso, l’asta da 7 mm del mio 95 parte velocissima ma temo subito di averlo clamorosamente padellato poiché il branzino non resta spiedinato ma schizza a razzo sulla mia destra. Incredulo non faccio a tempo a prendere il sottile monofilo di nylon in mano che vedo, sento la sagola tendersi e contemporaneamente il pescione saltare fuori dall’acqua! Roba da matti! Per farla breve dopo alcune peripezie riesco ad agguantare il pesce, vivissimo, e solo dopo qualche istante mi rendo conto dell’incredibile colpo sparato. Mai successa una cosa simile prima e dopo di allora. L’asta ha preso praticamente “all’amo” la spigola, foro d’ingresso poco sopra il labbro, foro d’uscita circa un centimetro a lato, cucita solo cartilagine dell’apparato boccale! Da non credere! Avessi voluto avrei potuto liberare il pesce ma il trofeo era ambito così smisi di pescare e tornai a casa assai felice.
  2. Il secondo amarcord è altrettanto indimenticabile, direi epico. Mi recai in Corsica con un amico, pieno inverno, arrivati a Bastia decidemmo di spostarci a nord, e andare su “dito”, prima pescata. Un tempo da lupi, sul serio, sulla strada verso Barcaggio, e poi Tollare non avvistammo una sola auto in oltre 100 km di strada, sembrava di essere stati catapultati in un paesaggio fatato. Prima trovammo una fitta foschia quasi impenetrabile alla vista poi un vento forte, gelido a spazzare la macchia mediterranea. Man mano che ci stavamo avvicinando alla meta le condizioni ambientali non facevano presagire nulla di buono. Davvero un tempaccio! Che fare? Decidemmo di arrivare sino alla Marina di Tollare, e vedere se il mare in qualche caletta permetteva una pescata. Guardammo il profilo della costa e gli sbuffi bianchi sulle rocce della scogliera sottostante, paesaggio meraviglioso anche se “duro”, aspro. Messo il naso fuori dalla vettura fummo investiti da raffiche impetuose di Mistral che sembravano farsi scherno delle nostre giacche con il bavero alzato e il cuculo di lana portato basso su fronte e orecchie. Ci mettemmo alla ricerca di un posto riparato per cambiarci d’abito e mentre il mio compagno reperì un muretto perimetrale il sottoscritto aggirò una vecchia casetta e si infilò in un capanno fatto da lamiere, assi e canne legate. Cercavo sempre di effettuare la vestizione riparato perchè immergersi con i brividi addosso non era un buon viatico per il proseguo della pescata. Ero concentrato a non prendere freddo e non mi accorsi di essere entrato in un… pollaio! Proprio così, una casupola mezza diroccata e quasi affacciata al dirupo. I volatili non c’erano ma in compenso le folate di vento che fischiavano tra le tavole alzavano piume e piumini con un fetore di contorno niente male. Mi infilai la muta saltellando alternativamente su un piede e l’altro stando ben attento a non perdere l’equilibrio, gli abiti civili appesi a un chiodo provvidenziale, attenzione massima a non rischiare un capitombolo tra gli escrementi e la paglia. Una vestizione in un posto del genere e condotta a velocità fulminea non mi capitò mai più negli anni a venire… Con un protettivo strato di neoprene uscimmo allo scoperto e scendemmo in acqua percorrendo un sentierino sterrato, in discesa, piuttosto marcata. Arrivati giù decidemmo di dividerci, uno a destra uno a sinistra, e ci demmo l’appuntamento nel punto d’ingresso dopo un paio d’ore. Io impugnavo un arbalete Cressi Apache 90 in considerazione della buona visibilità che quell’angolo di Corsica permetteva. Mi diressi pinneggiando nella corrente verso un tratto di scogliera e nonostante il mare mosso, la risacca la limpidezza dell’acqua era rimasta chiara, pulita, fantastica. Altro che la Liguria di Ponente! Battei un discreto tratto di litorale roccioso senza vedere molta vita, finché arrivai in una piccola insenatura delimitata da una sorta di tavolato a tratti sezionato e spazzato dalla corrente, come un basso e regolare cordone subacqueo semi affiorante. C’era schiumetta dove sbatteva l’onda e la zona mi ispirava anche perchè si notava minutaglia raggruppata in alcuni punti. Particolarmente concentrato feci un paio di aspetti, e mi trovai al cospetto di un passaggio tra due pietre squadrate, si e no un metro di profondità. Mi immersi senza capovolta, mi aggrappai alla roccia con la mano sinistra e l’arma tenuta a lato, un po arretrata. Passò qualche secondo e con mia grande ed enorme sorpresa si materializzò il muso arcigno di una grossa spigola, fece capolino proprio dove ero appostato, tra due sassi. Sbucò all’improvviso, vicinissima alla volata dell’arbalete. Contrassi il dito sul grilletto senza esitare un secondo e l’asta colpì lo spigolone dentro la cavità nasale sinistra, penetrando di pochi centimetri, senza neppure uscire tutta dalla testata! Restai basito al tiro, un colpo ravvicinatissimo, inaspettato, quasi istintivo. Per mia fortuna il pescione restò fulminato e lo recuperai senza nessuna difficoltà. Quasi cinque chilogrammi di branzino! Una scenetta quasi surreale, pochi minuti tra le raffiche di vento e il mare blu e bianco spettacolare capace di regalare soprese ed emozioni conseguenti. Una bella scarpinata a risalire la china montuosa ma il cuore caldo per questa natura straordinaria e un pesce meraviglioso portato a spalla. Il mio amico risalì poco dopo, senza aver sparato un colpo. Quando gli mostrai il pescato ci restò un po male…
  3. Con Marco le peregrinazioni in Costa Azzurra, e anche in località molto oltre questo itinerario furono una costante dei primi anni 90, delle splendide avventure tra l’altro. L’amico conosciuto tramite la visione di foto subacquee nel bancone di un negozio torinese di attrezzatura sportiva fu il compagno con cui condividere week end francesi alla scoperta di itinerari molto belli e pescosi, soprattutto d’inverno, senza la minima pressione turistica né di pesca professionale. C’erano fondali per tutti i gusti, e tanti pesci. Partivamo in macchina da Torino, passavamo o il valico del Tenda oppure il confine di Ventimiglia parlando di attrezzature, di pescate: viaggi indimenticabili. Un giorno ci trovammo nel sud della Francia, dintorni di Saint Tropez, purtroppo con pioggia battente, mare molto mosso, insomma condizioni meteo al limite. Marco che conosceva molto bene tutta la zona mi disse che con quel tipo di mare e di tempaccio si sarebbe fatto ben poco. Io ero assalito da troppa voglia di immergermi, di pescare: posti nuovi, fondali sconosciuti in quell’area quindi gli chiesi cortesemente se potevo tentare un rapido tuffo. Cercai un posto riparato dalla pioggia incessante e copiosa per cambiarmi, mi misi la muta, i bermuda, lo schienalino artigianale piombato, afferrai l’arbalete e seguendo un sentiero tra le villette entrai in acqua, da una spiaggetta di ciottolato. Naturalmente nessun essere umano in giro, nessuna forma di vita ad alterare il quadro naturalistico. Subito mi trovai immerso in un fitto strato di posidonie morte ma non appena uscii pinneggiando di qualche decina di metri dalla linea di battigia il fondo si pulì un pochino. Notai sulla mia destra un’ansa, poco più in là un roccione lambito dalle onde. Feci un aspetto sul fondo e scorsi dei cefaletti abbrancati. La baia moriva quasi a forma di cuneo, nella sabbietta, mi appostai in direzione della riva, in 5/6 metri d’acqua. I secondi passavano, all’orizzonte nulla ma il rumore strano della pioggia battente creava in mare una curiosa colonna sonora. Ad un tratto, in superficie, da dietro la mia posizione apparve bellissima la silhouette longilinea di un grosso pesce, a sfilare. Solitario, un nuoto tranquillo. Non capii subito di cosa si trattasse, pioveva forte e non c’era una buona luce, si materializzò senza nessun preavviso, mi passò lentamente sulla sinistra, alta. Decisi d’istinto di sollevarmi un pochino e con l’Apache 90 teso verso l’obiettivo puntai il bersaglio. Salivo lentissimo, il pesce progrediva senza accorgersi di niente, non mi aveva visto, non mi aveva percepito, e ci incontrammo, finalmente, a gittata perfetta. Sparai alla bella spigola dal basso verso l’alto, mirando a centro corpo. La colpii nel ventre, in direzione leggermente obliqua, verso il capo. Non ci fu la minima reazione, il grosso branzino non si mosse, non emise un fremito, un sussulto, nulla di nulla. Precipitò a fondo come avessi sparato a un sacchetto di patate. Eppure l’asta da 6.5 mm che l’aveva trapassata da parte a parte non era fuoriuscita tanto dalla testa. Di sicuro non le avevo preso il cervello e neppure la spina dorsale osservando la punta della tahitiana che sbucava sul dorso, leggermente sul lato sinistro. Che strano! L’afferai a due mani e la portai verso costa, non ero stato in acqua neppure una mezz’oretta, ma ero appagato, una spigola di quasi 5 kg per un bagnetto così corto… Quando Marco mi vide restò meravigliato. Osservò il pescione e poi volle sapere ansioso tutti i dettagli della cattura. Gli raccontai i fatti e anche la fase del colpo letale, molto curioso. Allora con il coltellino le aprimmo la pancia, simulammo la traiettoria dell’asta e poco dietro le branchie capimmo il motivo dell’assenza completa di reazione. La freccia le aveva spaccato il cuore. Sotto la pioggia, al freddo, un’altra dose sana di intense e uniche emozioni!

 

BOX. L’attrezzatura invernale. Nei primi anni 90 indossavo le prime mute su misura create dalla Elios, ed erano una favola. Giacche in monofoderato esterno o interno con spessore del neoprene 6 o 6.5 mm. Inverni in cui finalmente non pativo più il freddo. Pensate che ero partito da Torino per andare a Cattolica, a vedere il laboratorio, a conoscere direttamente Carlo Morosini, un bel po’ di chilometri mosso solo da un mare di passione. E poi grazie all’amico Marco, che tra l’altro mi introdusse nel mondo della fotografia lui che era un grande appassionato e registrava le immagini di posti e pesci, avevo preso visione delle boudriere francesi, nei bellissimi e forniti negozi sub della costa Azzurra. Tornato a casa me ne ero costruita una artigianale (sempre con l’aiuto di Adriano che mi aveva fuso il piombo e adattato un’imbracatura con strisce di camere d’aria). Suddividendo la pesata tra vita e dorso, qualcosa anche sulle caviglie, l’assetto nel bassofondo era stabile, comodo e poi con il mio gira vita allora da passerotto che non accoglieva molti piombi fu una soluzione apprezzatissima. Come armi alternavo i pneumatici e gli arbalete, indifferentemente, anche se nella brutta stagione avevo preso dimestichezza con il fucile ad elastici. Con l’Apache 90 dotato di asta da 6.5 mm e gomme da 16 mm catturai molti branzini, tra cui quelli in Corsica, in Francia. E proprio in questa nazione, sempre visitando i negozi di attrezzature subacquee ebbi l’occasione di approfondire la conoscenza sulle ogive articolate, degli elastici in vari diametri e densità, delle performanti e mitiche aste tahitiane inox Ujvari. Lì gli arbalete erano praticamente gli unici fucili commercializzati e impiegati, quindi l’esperienza acquisita in quei posti mi fece sperimentare nuove soluzioni tecniche, e crescere. Le peculiarità più interessanti relative a queste tipologia di strumenti d’offesa era dato dalla piacevolezza e spontaneità di allineamento e mira sul bersaglio, dalla sensibilità del sistema di sgancio, dall’assetto che non stancava l’arto superiore. Mi sono impegnato moltissimo per traslare queste caratteristiche sulle mie armi a propulsione pneumatica, negli anni a seguire.

Torna all’elenco dei racconti