Gli anni 90 furono per il sottoscritto un periodo di assoluta generosità in termini di soddisfazioni venatorie, e non solo. Avevo conosciuto una ragazza davvero davvero speciale, Lucia, ora mia moglie, e con lei condividevamo viaggi e avventure quasi sempre organizzate in località marine, dove si poteva praticare la pesca in apnea, naturalmente. Partenze che cercavamo, attività lavorativa permettendo, di impostare lontano dai mesi di luglio e agosto. Ai giorni nostri si definiscono “partenze intelligenti” vale a dire organizzate nei periodi di inizio e fine estate, soprattutto. Ciò significava meno gente sulle strade, meno folla, prezzi non troppo esosi, scoperta di realtà vere, non eccessivamente turistiche. In mare stessa situazione: poco traffico nautico, più pesce a disposizione, quote operative minori. Sempre all’insegna del divertimento! Con Lucia, comunque, una veduta d’intenti comune, nessun contrasto per la mia passione sfrenata e inesauribile. E addirittura contagiosa perchè con enorme piacere ricevetti in regalo una serie di doni che mi lasciarono letteralmente basito, a bocca aperta. Lavori artigianali sul tema: pesca subacquea, modifica delle attrezzature, descrizione di catture. Ricevetti magliette e felpe disegnate a mano con colori per stoffa bellissimi soggetti marinari, un accappatoio in spugna spessa fatto su misura per la protezione invernale, un sistema quadruplo di micrometri professionali, un calibro giapponese Mitutoyo! Inutile dire, tutti omaggi ultra apprezzati! Lucia imparò a seguirmi pure come barcaiola e presto assai abile, talvolta scendeva in acqua con una muta su misura bianca e blu della Elios su misura che gli avevo fatto recapitare. Devo ammettere che dopo anni di pescate tra uomini la compagnia di una donna comportava qualche compromesso ma in definitiva questo rapporto unico mi appagava ulteriormente. Ogni cattura era una festa, anche perché il pesce che ogni tanto riuscivo a portare a casa era cucinato in maniera “divina” soprattutto dalla sua mamma Lina. Eravamo felici, spensierati, ci volevamo un gran bene e trascorrevamo vacanze favolose, entusiasmanti. A fine estate 1992 Lucia ed io partimmo per la Grecia, viaggio dal Piemonte a tagliare tutta l’Italia con l’instancabile furgonetta Kadett Van 1.7 D, poi traghetto dalla Puglia alla Grecia in notturna, altri 5/600 chilometri tra montagne e monasteri, e successivo traghetto dal porto ateniese del Pireo con destinazione isole Cicladi e dintorni. La mia compagna non era mai stata in questo paese e fargli da cicerone era un’attività che mi intrigava da matti, eccome mi piaceva!
La grande ricciola solitaria. I primi di settembre trovammo ancora turisti in Grecia ma man mano che trascorrevano i giorni sempre meno gente affollava le piazzette dei paesini. Nel nostro peregrinare tra incantevoli isolette e arcipelaghi facemmo tappa a Mikonos, località turistica vivacissima, ma dotata anche di una disponibilità fantastica di posti letto, di stanze da affittare, di locali per ristorarci. Non era ancora terminata la stagione estiva ma rispetto ai mesi di luglio e agosto si poteva godere di maggiore quiete. Anche il Meltemi, il vento forte che spirava violentemente dal mattino alla sera era in fase di calo e non disturbava più di tanto nella navigazione costiera. Naturalmente scegliemmo un’abitazione privata lontana dal principale centro abitato, a sud, un bel ridosso, e la reperimmo senza eccessiva difficoltà. Tra l’altro a poche decine di metri da una spiaggetta dove potevamo mantenere in tranquillità il nostro gommoncino, talvolta anche con attrezzatura parzialmente messa a paiolo come cinture di zavorra, pinne, serbatoio di benzina del fuoribordo. Mai rubato nulla. La sera, volendo, si poteva inseguire un po di movida andando verso l’abitato popoloso di Mikonos: molti locali, negozi e bancarelle, vita notturna. Ma noi eravamo scarsamente attirati da queste opportunità, tornavamo a casa la sera, non troppo tardi, e la mattina amavamo andare in mare di buon ora. Anche in questo caso Lucia ed io avevamo in comune il desiderio di stare sereni, di reperire località quiete e mai troppo frequentate. Un giorno decidemmo di spostarci in macchina, intendevamo raggiungere un’insenatura, e farci un tuffetto in un posticino nuovo, da terra. Caricammo il borsone dell’attrezzatura nel bagagliaio della Kadett Van, arrivammo di buon ora a ridosso di un golfo. Al momento di estrarre le mute mi accorsi che non era stata presa la sacca dei fucili! Che dimenticanza. L’unica arma a disposizione, lasciata in macchina per fargli un po’ di manutenzione ordinaria era l’SL 85. L’allestimento è pesante, nel senso che questo pneumatico nato da un tradizionale Cressi SL 95 accorciato monta asta in acciaio armonico da 9 mm con arpioncino Wolfram-Carb e sagola elicoidale multi trefolo bianca da 2.5 mm. Un fucile micidiale per le cernie, più che altro, ma per altre tipologie di predazione un po meno adatto, forse… Non mi perdo d’animo e mentre Lucia opta per prima cosa stendersi placida al sole che inizia scaldare e leggersi un libro io effettuo la vestizione ed entro in mare: l’intenzione è di pescare per due, tre ore, al massimo. Il pallone segna sub è dotato di pedagno e ogni tanto lo abbandono sul fondo per allontanarmi e fare qualche aspetto di studio nei paraggi. Sotto di me la profondità inizialmente non è elevata, la sabbia bianca si alterna a macchie di posidonia e piccole lastre. Ispeziono una di queste, un po’ più ampia e con sorpresa trovo dei grossi saraghi che fanno capolino e che rientrano all’interno della spacca non appena si accorgono della mia presenza. Con delicatezza e senza torcia ne inquadro uno bello paffutello e lo castigo. Poi mi sposto dalla parte opposta e sparo nuovamente. In totale ne catturo un paio, giusto per fabbisogno di alimentazione serale, poi continuo a proseguire l’azione di esplorazione a nuoto. Sulla mia destra c’è un costone roccioso che punta il largo. Pinneggiando sono quasi arrivato al termine, c’è il capo che s’intravede a qualche centinaia di metri. Le quote batimetriche si fanno più impegnative, ma nulla di serio. Mentre organizzo il da farsi e conscio di disporre di un mezzo d’offesa limitato compio una serie di poste al cospetto di panettoni di roccia che si stagliano dal fondo per qualche metro più che altro per osservare un nuovo posto. La posidonia è fitta, la roccia ne spezza l’uniformità. Non so spiegarlo ma l’istinto mi dice di provarci, con impegno, di fare un tentativo di pescare qualche altro pesce. Sono concentrato e mentre mi poggio a lato di un macigno scorgo in lontananza un secondo monolite. Ci sono 16/17 metri di fondo, all’incirca. Nessun taglio freddo. Trascorrono una trentina di secondi e al limite della visibilità, quasi sulla verticale del sassone spunta una palla di mangianza fitta, molto grande. Castagnole e occhiate ammassate, centinaia. Cerco di strabuzzare gli occhi, di vedere se per caso ci sono dentici o dotti che compattano i pesciolini quando, tutto d’un tratto, improvvisamente, si apre una netta divisione del branco e si materializza nel mezzo una macchia scura, indefinibile. Indietreggio istintivamente e compare all’orizzonte un qualcosa di enorme, una sagoma opaca rotondeggiante. Resto immobile, non capisco subito di cosa si tratta, ipotizzo a stima uno spaventoso denticione, un cernione fuori tana, chissà. Ma ben presto i contorni si delineano, il capoccione del pesce si dirige autorevole verso la mia posizione, comprendo finalmente, bene e chiaro, cosa sta succedendo man mano che si avvicina. Si tratta della testa marroncina e sformata di un pelagico mastodontico! Un ricciolone spaventoso! Il pensiero corre purtroppo e immediatamente a cosa sto impugnando, a cosa ho in mano, a che strumento d’offesa dispongo. Un fuciletto di media gittata, non certo da tiro al libero su questo tipo di bersagli. Che fare? Arretro un poco, poi ancora di più sino a quasi “sotterarmi”nell’alga. Non so se la grande ricciola lo nota, se mi ha visto fatto sta che la sua andatura continua lenta e inesorabile verso il mio nascondiglio. Un avvicinamento da brividi, intensissimi e scuotenti, da scarica elettrica lungo la schiena, da muscolo cardiaco che schizza fuori dalla gabbia toracica. Mi sento paralizzato dallo stupore, dalla meraviglia che da lontano, lemme lemme… non posso crederci. Il pescione mostra una colorazione poco argentea, piuttosto opaca e tendente al beige chiaro messa così di profilo anteriore. Deve essere vecchissima… La coda ondeggia con ritmo blando, cadenziale. Man mano che i metri diminuiscono mi rendo conto che è una bestia assurda, incredibilmente maestosa di dimensioni. Percepisco l’imponente capo che faccio fatica a stimare quanto sia grosso, il diametro generoso che gli sta tutt’intorno, poco altro, nient’altro. L’apnea pare interminabile, non avverto contrazioni diaframmatiche, fame d’aria, potrei stare giù ancora mezz’ora, suppongo… Mi punta, inesorabile, la lascio avvicinare il più possibile, spero di avere una chance, una possibilità. Voglio, desidero una stoccata regale. Il cuore sembra fermarsi, rallenta bradicardico. Batte, pulsa ancora? Sono di fronte, davanti ad un colpaccio incredibile, penso tra me e me, lo sento nell’animo che freme impaziente, fervoroso, ansioso. Il pesce non accenna a voltarsi, ormai è a meno di due metri dalla testata, anzi uno e mezzo, forse meno. Chissà se la becco. Miro l’occhio destro, diretto, devo assolutamente centrare un punto vitale. La testata dell’SL 85 è ferma, piantata dritta su nero della pupillona. Premo il grilletto a brevissima distanza. L’asta in armonico da 9 mm, 500 grammi, pur con un profilo scarsamente idrodinamico, non dotata di una velocità paurosa entra abbondantemente, ben oltre metà della sua lunghezza, tutta nel testone del pelagico! Una legnata assurda, bestiale, micidiale, letale! Il tonfo secco, il suono dell’impatto ferro/osso cranico lo ricordo bene, è stampato indelebilmente nella memoria! La ricciola, fulminata all’istante, per inerzia, mi rovina letteralmente addosso, ce l’ho sul viso, sulla maschera, sulla spalla, un abbrivio da infarto! Non un sussulto, un fremito, nulla di nulla. Secca, all’istante. La stringo tra le braccia, la circonferenza del corpo è notevole, faccio fatica a circuirla del tutto. Presa! L’ho presa! Ma che roba! Risalgo mantenendola stretta, sono incredulo, spaesato, gaudente! A galla un urlo liberatorio da bruciarmi l’ugola, le corde vocali, la trachea. Una scarica adrenalinica mi pervade da capo a piedi, mi frulla, mi trasporta in paradiso. Che pesce, che cattura! Nessuno mi ha sentito, sono piuttosto lontano da riva, non sto più nella muta, ora si apre. A poco a poco mi riprendo, ma non finisco di guardare l’animale, meglio prepararsi a ritornare dalla mia morosa… Dopo più di un’ora percorsa pinneggiando e con il carico a traino che mi frena arrivo in vista di Lucia. Voglio fargli una sorpresa. A pochi metri dalla battigia la chiamo e pongo davanti a me il testone della ricciola, la alzo dall’acqua il più possibile ma non riesco a tenerla su, ricasco giù subito in uno splash fragoroso. Che frana. Il mio amore in ogni caso resta senza parole, ammutolita, di sasso. Gli racconto a getto la dinamica della cattura anche se sono esausto, provato. Bevendo un poco di acqua dal thermos riprendo un po le forze, cerchiamo poi di infilare la ricciola in macchina ma è così gigante e immensa che facciamo fatica ad appoggiarla e farla entrare dentro una cesta. Il contenitore plastico si deforma ma con un po di ingegno riusciamo a stiparla nel bagagliaio, la coda a falce stampata sul vetro, però! Tornati a casa chiamiamo il padrone che quando la vede a momenti sviene. Gli chiediamo se può pesarla, per curiosità, vogliamo e siamo intenzionati a regalargliela. Con due dinamometri appaiati da 25 kg, legati ad un tubo metallico, si arriva a fine corsa, si va oltre: la ricciola è vecchia, anziana, deve essere sopra i cinquanta chili, ne deduciamo insieme. Si pensa alla cena, la testa è sezionata, sulla bilancia segna 12.500 grammi. La parte edibile, tante bisteccone e qualche filetto, circa 40 chili abbondanti. Un felicità che condividiamo con tutti, e che ci ha dato la possibilità di stringere amicizia con tanti ragazzi greci invitati alla serata di gala e che vogliono sentire il racconto. Che roba, che storia, che emozione!
Il denticione… sfortunato. Dopo aver sezionato il pesce e accordataci per la mitica mangiata serale ci rifocilliamo con una gustosa insalata di pomodori, feta, olive. Schiacciamo un meritato pisolino, e al risveglio scatta nella mia testolina un’idea “malsana”. Perché non effettuare una pescatina, un tuffetto anche al tramonto? In fin dei conti non siamo molto lontani da quel posticino. Un paio d’ore, un bagnetto rapido, tanto per non perdere l’abitudine, eh? Poi torniamo dagli amici greci e aiutiamo a nei preparativi. Questa volta la sacca dei fucili è la prima cosa che controllo, e non dimentico di esaminare per benino. Estraggo con malcelata soddisfazione lo Slaks 115, verifico che sia tutto a posto, che il cappio di nylon solidale alla tahitiana da 7 mm non sia abraso, che la gomma in lattice da 20 mm sia integra all’attaccatura delle ogive inox. Opto per uscire stasera con questo singolo arbalete auto costruito, con un mezzo di offesa adatto a trasmettere una certa sicurezza, perbacco. Non avessi catturato nulla stamattina forse avrei preso l’Asso 115 ma l’arbalete mi da parecchio gusto nel puntamento, mi diverte e non sento la necessità o la bramosia di cattura e altro, sinceramente. Dopo circa quindici minuti di strada sterrata arriviamo a bordo spiaggetta. Sono quasi le 17, mi vesto e mi butto in acqua. Non perdo tempo e punto direttamente la piccola zona trovata in mattinata. La raggiungo in meno di un’oretta. Secondo me la vicinanza di quelle rimonte particolari prima del capo concentrano la mangianza per un buon giro di corrente. Raggiungo i sassi, la trasparenza dell’acqua è eccellente, il fondale pur con prevalenza di banchi di posidonia dappertutto si staglia chiaramente dalla superficie. Scorro con nuoto circolare l’area ma non trovo mangianza. Tutto eccessivamente tranquillo. Mi sposto verso il largo, scapolo la linea di demarcazione della punta rocciosa e finalmente scorgo un’interessante rimonta, questa sì popolata da branchi fitti di occhiate e castagnole. Mi piace, mi intriga il posto. Il mare è caldo, quieto, coccola. Sono calmo, sereno, felice e ogni tanto mi tornano alla mente i momenti vissuti poche ore fa in questa zona. Sotto di me si staglia un raggruppamento massiccio di roccia, il cappello è intorno ai 18 metri, sui lati una leggera caduta a lastre, niente frane abissali, massima profondità circostante intorno ai 23/24 metri. La corrente lambisce l’orletto esterno, vedo le castagnole disposte a muro verticale solo sulla destra. Cerco una zona per appostarmi tenendo conto che il mio fucile è piuttosto ingombrante, non facilmente occultabile. Vedo una tettoia e sotto di questa una parte in ombra. Dopo una respirazione rilassata effettuo la capovolta e scendo. La nicchia è a misura, il profilo dello Slaks 115 tenuto basso, non a sbalzo. I pesciolini neri mi sono attorno, quasi mi coprono. I secondi passano e dietro una lama poco distante, a sette/otto metri di distanza fa capolino una bella cernia! Mi abbasso leggermente e il serranide stimato una quindicina di chili si staglia nell’acqua chiara, statuario, quasi volesse vedermi meglio da posizione privilegiata, sopraelevata. Mi godo la scena, non mi interessa stasera questo bel pescione che muove le pinne per stare quasi in verticale. Ma che bello spettacolo sto osservando, ne è valsa l’uscita! Mentre mi guardo intorno con circospezione scorgo la mangianza fluttuare decisa, poi che si scosta veloce da sinistra a destra. Cosa sta succedendo? Ruoto appena la testa e, tutto ad un tratto la mia attenzione s’inerpica nell’eccitazione pura, sono rapito da una visione paradisiaca, di nuovo! Da un lato all’altro della maschera la processione, una carrellata da far saltare le coronarie a qualsiasi pescatore subacqueo appassionato del settore! Una moltitudine di grossi dentici scorre la dorsale, dall’alto al basso, dal fondo a mezz’acqua, ci saranno una cinquantina di pesci, almeno, e tutti belli grandi, nettamente sopra i cinque, sei chili, un branco di mostri! Una sfilata regale, la livrea rosa blu, gli occhi arancioni, i musi spioventi e arcigni, in un carosello di corpi che sembrano materializzarsi ogni volta dal nulla. Resto ben celato e qualche esemplare si volta e mi punta, per poi girarsi e dare il cambio ad altri pescioni. Che esibizione irreale per essere vera! Non mi faccio pregare, non è facile mantenere la concentrazione in questo bailamme da sogno ma mi sforzo di selezionare un solo pesce, uno solo. Ne sfilano un paio e quando identifico un bel bestione che entra nella zona tiro utile lascio partire il colpo. Il denticione, però, reagisce alla contrazione degli elastici con uno scatto rapidissimo: da una posizione con prospettiva verticale, di muso, ruota e passa a mostrare il fianco, visuale orizzontale. Solo in questo momento mi rendo conto della lunghezza esagerata dello sparide, lo stimo oltre gli otto chilogrammi, di sicuro. La tahitiana da 160 cm raggiunge il padellone ma lo trapassa basso, nel ventre. Ho sbagliato l’attimo, ho premuto il grilletto con un leggero ritardo, supponevo fosse un po più vicino, mannaggia! L’asta è dotata di doppie alette contrapposte di fattura artigianale ma mentre il predone parte a fulmine verso il fondo noto il tondino metallico che mi pare quasi tutto fuori dalla silhouette dell’enorme corpo rosa blu. Per per mia fortuna si infila a razzo nella prima fessura bassa e lunga che trova e sparisce tutto dentro il pesce, l’asta, un bel po di filo in una nuvola immensa di polverino. Che grana, che bel pasticcio. Spero che il sistema di ritenuta abbia funzionato. Ho abbandonato subito l’arbalete con poco nylon uscito dal mulinello, il calciolo bianco è ben individuabile, lo vedo bene in risalita. Sotto il pallone segna sub non ho un fucile di riserva, devo attuare una buona strategia di recupero, per forza. Ripresomi dal fiatone, dalla concitazione della situazione, del colpaccio vedo se riesco a trovare la posizione esatta in cui si è intanato il dentice ferito. Ridiscendo e preso in mano il filo trasparente in uscita dallo Slaks 115 lo seguo. Il tramite entra in uno spacco orizzontale basso, si tratta di un prolungato lastrone a punta, provo a guardare dentro la tana ma è buia, non si vede il fondo. Strattono leggermente il filo e sento sbattere forte, il rumore è notevole! Alzo il capo e a qualche metro di distanza, dalla parte opposta dell’apertura, si vede una nuvoletta di polverino in sospensione! Bene, non è scappato via, è qui, ce l’ho in pugno. Mentre risalgo cerco di pensare a come organizzare il recupero senza creare danni ulteriori. Lascio passare qualche minuto, spero si abbassi il livello di torbidità e possa vedere qualcosa. La luce del tramonto è prossima, non ho molto tempo da perdere. Ridiscendo e provo a controllare la seconda uscita. E’ piccola, di qui non esce di certo, credo. Con calma poggio la maschera nella fessura, vedo qualcosa, ma è infilando la mano, poi l’avambraccio che sento con le dita il profilo del muso del dentice. Ne seguo la linea a tentoni, scopro dopo un paio di passate che la testa è piazzata tutta a sinistra, incastrata dentro una strettoia di roccia. Altre scodate potenti che si propagano alla lastra, altra torbidità nella tana, ma non importa più, so come e messo, come si è incastrato. Bene, so cosa fare, come procedere. A galla estraggo il coltellino a stiletto, lo impugno stretto, e rivado giù. Stessa procedura, ma questa volta aiutandomi con i polpastrelli intercetto la sommità del capoccione, lo trattengo meglio che posso e riesco con la lama liscia e ben appuntita a piantarla due, tre volte sperando di finire il pesce. Ad ogni introduzione avverto uno scuotimento intenso, le codate possenti causano un rimbombo notevole, poi alla terza “infissione” tutto tace. Muovo il coltellino e lo ruoto nel cranio con decisione ma non c’è più una reazione. L’ho ucciso, finalmente! Per estrarlo devo aiutarmi con la testata metallica dello Slaks a mo di raffio: spingo il dentice verso l’imboccatura da dove è entrato poi con il monofilo a guidarmi acchiappo l’asta e lo recupero lentamente, non voglio rischiare di strapparlo ulteriormente. Sono ansioso di vedere cosa ho preso, dove l’ho colpito, quanto è grosso questo benedetto e sudato denticione! Piano piano raggiungo il codolo della tahitiana e sento che arretra, lo tiro fuori dall’ingresso principale della spacca. Prima la coda bella larga, poi il corpo alto e spesso con le doppie alette che non si vedono uscire dalla pelle lacerata, infine il testone meraviglioso. Un pesce bellissimo! La tahitiana dello Slaks 115 lo ha trattenuto, le alette sono disposte dalla parte opposta, entrambe aperte. Lo assicuro alla boetta, e poi di gran lena pinneggio per tornare a riva. Arrivo un po tardi a dire il vero, sole che sta tramontando, ma la soddisfazione e ai massimi livelli! Inutile dirvi che Lucia è contentissima per me. Mentre facciamo rotta verso casa sul nostro furgoncino sono assorto in mille pensieri, la testa mi gira come le pale dei caratteristici mulini a vento dell’isola, non mi rendo bene conto di cosa mi è capitato, di cosa ho vissuto in questa giornata che ha del miracoloso. Il denticione, che al peso fece registrare poco più di 9 chilogrammi, fu il coronamento di un’avventura epica, di una favola subacquea che non dimenticherò mai più…!
